ANTONELLA DI MODENA

9 Febbraio 2026
antonella

Anastasia Gracheva

+18. Contiene scene erotiche

un dramma sociale in cui passione, sesso, fantasie, viaggi, narcisismo e amore si intrecciano con il veleno della gelosia, dei tradimenti e delle passioni. Racconto su quanto sia facile oltrepassare il confine…
Questa storia è inventata, ogni coincidenza con persone o eventi reali è casuale (ma non tanto…)
Indice:

  • Legami diversi
  • L’amica di mia moglie
  • Incontro
  • Inizio
  • Epilogo

Legami diversi

André guardò la ragazza con l’abito a piccoli fiori bianchi. Riccioli chiari sparsi negligentemente sulle spalle. La borsa da spiaggia, tutta di pietruzze, sul tavolo da lavoro. Come se fosse appena tornata dalla spiaggia, e non fosse seduta lì al computer fin dal mattino.

Le spalle della ragazza erano scoperte, e André desiderava soprattutto stringerle con forza, superando facilmente ogni resistenza, premendo quella schiena flessuosa con il proprio corpo…

La ragazza disse qualcosa a una collega più giovane, regalandole il sorriso più gentile e radioso di cui era capace, si alzò rapidamente e attraversò la stanza con grazia.

André era certo di aver intravisto i bordi della sua biancheria intima sotto il tessuto sottile. Notando che alcuni colleghi osservavano ridendo la sua reazione ad Antonella, si ritirò con aria indipendente nell’ufficio accanto. Lì, in attesa dei colleghi, chiuse gli occhi e immaginò… Come sarebbe stato se quella sera fossero andati insieme al caffè? Come si sarebbe vestita, come avrebbe arrossito, o magari avrebbe preso lei l’iniziativa. Mauro diceva che le piaceva il sesso e che era estremamente sensibile. Prima André si arrabbiava per la loro relazione, ma ora lo eccitava persino. E probabilmente per questo le fantasie un po’ aggressive lo visitavano sempre di più. A volte gli sembravano ridicole, a volte si tratteneva a stento dal toccarla direttamente in ufficio.

antonella al mare 1

– Ti ha stregato? – risuonò il baritono di Mauro proprio sopra l’orecchio di André.

André sorrise con sufficienza, conoscendo la natura assolutamente non gelosa di Mauro, e osservò:

– Perché ti serve? Hai rovinato tutto: l’ho conosciuta io per primo, e tu ne hai dieci come lei. E ti sei infilato lo stesso tra noi!

– Cosa significa dieci? – si indignò improvvisamente Mauro. – Pensa piuttosto a tua moglie e a tuo figlio! Io sono un uomo libero. Faccio quello che voglio. E se con Antonella andrà tutto bene, forse metterò su famiglia.

André sorrise scetticamente e uscì dall’ufficio.

Ogni sabato Antonella si affrettava a sbrigare le faccende domestiche. Correva come un fulmine da un bagno all’altro, lucidando gli specchi. I comodini e i lavandini dovevano essere di una pulizia verginale, per non parlare del bidet. Antonella era schizzinosa: un scarafaggio avvistato poteva rovinarle l’appetito per mezza giornata.

I calzettoni di pizzo bianco dimenticati dalla madre ubriaca la notte precedente costringevano Antonella a versare una doppia dose di detersivo sulle pareti della cabina doccia argentata. Poi il bagno subiva un controllo ancora più accurato, che di solito si concludeva con la scoperta di un calzino maschile o di una cravatta, e a volte di un preservativo. La madre di Antonella era ancora molto attraente e sembrava molto più giovane della sua età.

Sbattendo la porta e arrossendo di indignazione, Antonella uscì sulla terrazza. Secondo tutte le regole del genere, avrebbe dovuto accendersi una sigaretta, ma Antonella non fumava. In quarant’anni di vita non aveva mai fumato una sola sigaretta. Anche se la madre di Antonella, i suoi fratelli, le loro mogli e persino il nipote maggiore – tutti fumavano e sputavano indifferentemente sul pavimento lucido del balcone.

…E così Antonella stava sulla terrazza e stringeva forte lo schienale della poltrona di vimini. I suoi occhi sembravano ciechi, ma in quel momento il suo sguardo catturava i ricordi.

Alte palme, con rami larghi dispiegati verso il cielo, la circondavano. Sul grande balcone, azalee bianche e malva lasciavano cadere petali sulle scale di pietra che portavano alla spiaggia di sabbia. Un alto ragzzo arabo le portò rispettosamente un vassoio con la colazione. Dietro di lui apparve Mauro. Alto e spalle larghe, per Antonella somigliava a tutti gli attori famosi messi insieme. Nei suoi occhi sciabordava il mare, due anelli di platino ammiccavano al sole con veri diamanti. Per la sera era stato prenotato un ristorante sulla costa. Quello solitamente riservato agli sposi novelli. Antonella si sentiva giovanissima e leggera, trasportata dai venti del deserto come un petalo di azalea…

Dall’ingresso si sentì un rumore. Tornata dalla passeggiata, la madre di Antonella apparve sulla terrazza, gettò uno sguardo leggero sulla figlia e accese elegantemente una sigaretta.

– Queste codine ti ringiovaniscono molto, – notò con voce leggermente stridula. – Se metti gli occhiali da sole, sembri una ragazzina. L’importante è non ingrassare più.

«Ma figurati!», pensò Antonella sbuffando mentalmente alle spalle della madre e si affrettò a continuare le pulizie. Tuttavia, cinque minuti dopo la madre si avvicinò di nuovo. Più precisamente, si avvicinarono i suoi tacchi dorati da dieci centimetri.

– Pulisci la casa il sabato? Così non ti sposerai mai.

Antonella staccò lo sguardo dalle piastrelle: gambe lunghe in pantaloni neri sottili, maglione allungato di una bella tonalità rossa, cinturato in vita da una larga cintura con fibbia dorata. Capelli raccolti, e – in mostra – pesanti orecchini d’oro che tiravano lobi già troppo lunghi.

– E tu, mamma, vedo che aspetti ospiti? – Antonella cercò invano di catturare lo sguardo grigio.

– Chiamami col nome, Roberta. «Mamma» non è di moda. – La madre di Antonella lanciò un’occhiata cattiva e aggiunse: Sì. Dovrebbero arrivare per cena. E poi, tra un’ora arriva la parrucchiera. Tu, a proposito, se vai da qualche parte, comprarmi quella bevanda al cioccolato che bevo al mattino. – La madre parlava velocemente, chiaramente e alla fine della frase si allontanava preventivamente, non lasciando all’interlocutore la possibilità di rispondere.

– Sì, Roberta, – disse Antonella, ormai senza obiezioni.

L’amica di mia moglie

Antonella scendeva le scale a passo da maschiaccio. Secchi, stracci, detersivi e spazzole restavano alle sue spalle, si affrettava a gettarsi tra le braccia della calda serata.

Il sabato cenava con due amiche in un ristorante cinese, «dove per cinque euro mangi primo e secondo». Antonella cercava di risparmiare, e le piaceva la cucina cinese.

Mancavano due ore alla cena e, come al solito, fece visita alla sua vecchia conoscente, con cui avevano lavorato da Mauro. Dieci anni prima.

Elena, come sempre, era vestita tutta di nero, il che però non nascondeva affatto la sua corporatura piena. Il maglione nero sintetico con disegno viola scuro era molto stirato e sottolineava la pallore della sua proprietaria.

– Ciao, cara! – ad Antonella piaceva parlare con quella voce bassa, misteriosa, atipica per un’italiana. – Divano vuoto!? Dov’è il tuo maritino? – Sul viso di Antonella passò un’espressione predatoria, come una gazza che nota un cucchiaio d’argento dimenticato sul tavolo.

Elena aveva avuto una volta una gazza, e il paragone le attraversò involontariamente la mente.

– L’hanno chiamato al lavoro stamattina. O è al lavoro o sul divano. – Elena agitò la mano irritata e si diresse in cucina.

– Tuo figlio grande e sua moglie dove sono finiti? – ruppe il silenzio Antonella.

– In mare, i marinai, – buttò lì con noncuranza Elena. – Spendono soldi.

– Evidentemente guadagnano bene. – La gazza riapparve dietro la spalla di Antonella.

– Non si lamentano, – rispose seccamente Elena. – Guarda, ci hanno regalato un televisore mezzo muro per la nuova casa e un lampadario per la stanza degli ospiti.

– Aspetta! Vi regaleranno anche un paio di nipotini per quella stanza, – rise Antonella. – E loro continueranno a viaggiare per mare. Miracoli!

Qui si animò e con voce acuta e stridula ricominciò a lamentarsi della sorella. Quella le aveva preso soldi in prestito e da allora evitava di incontrarla. Persino al funerale della zia, annegata in un lago poco profondo durante i fuochi d’artificio, la sorella aveva cercato di non avvicinarsi ad Antonella. Quest’ultima non faceva che osservare i vestiti della sorella e della figlia. L’abitino della bambina era evidentemente di Armani.

Improvvisamente apparve nell’ingresso il marito di Elena. E quasi subito si tuffò sul divano, provocando frecce acuminate di rimproveri dalla moglie. Arrossita dopo una lite breve ma vivace, Elena cedette e si diresse a passettini rapidi verso il bagno.

– Che carattere, – sussurrò Antonella, guardando penetrante negli occhi del marito dell’amica.

– Sì… carattere, – balbettò il marito di Elena. – Ma in generale è bravissima.

– Certo! – annuì Antonella. – Ma dove andrebbe senza di te e il tuo lavoro! Una casa così non l’avrebbe mai vista. E poi lavori come un negro in piantagione, e lei è sempre scontenta, – si infiammò Antonella.

Il marito di Elena borbottò qualcosa imbarazzato, si alzò dal divano – cosa insolita per lui il sabato – e sotto pretesto di impegni fuggì in garage. Lì, tra le cianfrusaglie non ancora disfatte dopo il trasloco, trovò improvvisamente la gabbia di ferro della gazza volata via da tempo. Qualcosa lo spinse a rigirare tra le mani le sbarre arrugginite, a corrugare la fronte e cinque minuti dopo a scoppiare in una risata sorpresa.

Nel frattempo Elena tornò in salotto con passo da gladiatore romano. Sembrava perfettamente calma, solo gli occhi avevano assunto uno sguardo vendicativo. Il fatto è che per asciugare le lacrime di indignazione di una moglie con venticinque anni di matrimonio non era andata in bagno, come aveva supposto Antonella, ma nel piccolo corridoio adiacente al salotto. Lì, in un vecchio cassettone, erano conservati i fazzoletti. L’udito di Elena era eccellente, e i sentimenti i più sinceri.

– Sai, ho visto Mauro, – notò dolcemente, appoggiandosi improvvisamente con eleganza a un alto tavolino antico.

Antonella si immobilizzò per un istante, poi sospirò e cominciò a raccontare rapidamente, riprendendo fiato:

– Immagina, ha cominciato improvvisamente a venire a pranzo nella nostra mensa. Prima non l’avevo mai visto lì, e ora tutti i giorni!

Elena tacque, per nulla toccata dal dramma del momento.

– Tutti i giorni! – non si calmava Antonella. – Passa vicino a me, mi guarda e passa in silenzio. Insomma, due giorni fa non ho resistito, gli ho scritto un biglietto e l’ho attaccato al parabrezza della macchina. Ho scritto che smettesse di venire qui e di darmi fastidio! E invece continua a venire tutti i giorni, solo ora non si avvicina più a me. Ma io lo vedo lo stesso. Un idiota raro!

Antonella stava in mezzo alla stanza e guardava davanti a sé con occhi ciechi. Le mani le tremavano e sembravano strappare a pezzi un biglietto invisibile. Elena non riusciva più a guardarla e a nascondere l’irritazione che l’aveva improvvisamente assalita. Nei suoi occhi le scintille vendicative si spegnevano.

– Sì, certo, è proprio un tipo, – notò cupamente Elena. – Cerca di non farci caso.

Incontro

Antonella guidava dolcemente. Le strade serali brillavano di lampioni come in una località balneare, immerse nel verde di alti magnolie. Modena era in fondo una cittadina così così. C’erano una grande zona industriale e fabbriche cinesi clandestine, ma il centro per bellezza non era inferiore al centro storico della più famosa Bologna.

Proprio all’ingresso del ristorante Antonella si perse a guardare un enorme grappolo d’uva di vetro viola brillante che sovrastava la strada, e passò a cinque centimetri esatti da una Mercedes che arrivava in senso opposto. Cuore e polmoni di Antonella sembrarono torcersi e schiacciarsi contro la schiena da un’onda fredda. Si raddrizzò bruscamente e con gli occhi semichiusi si fermò sul ciglio…

Elena aveva senza dubbio ragione: Mauro era un uomo splendido. E poi preferiva cose belle e costose, per esempio la Mercedes su cui era appena passato. Accanto a lui Antonella aveva fatto in tempo a notare una massa di riccioli bianchi come neve – il viso della donna era chino. Forse frugava nella borsa, o aveva fatto cadere qualcosa. Antonella si ricordò improvvisamente che l’ultima ragazza di Mauro era brasiliana. Prima, quando preferiva auto sportive sgargianti, gli piacevano le brune, abbronzate, con addome scolpito e passo agile. Antonella aveva speso tonnellate di energie, tempo e denaro per raggiungere quei parametri. I capelli sopportavano a stento il carico, deperivano, si assottigliavano e alla fine si erano trasformati in due codini antipatici.

Antonella si guardò nello specchietto retrovisore. No, non vide né riccioli neri né bianchi, ma dieci anni prima aveva capelli castano scuro folti, scintillanti d’oro al sole africano… Antonella ricordava benissimo quanto le fosse sembrato enorme allora, il primo giorno del loro viaggio in Egitto. Il periodo dei venti durava fino alla seconda settimana di aprile. «Il periodo migliore per surfare sulle onde! – assicurava Mauro ad Antonella. – Solo che la sera nel deserto fa fresco».

Antonella aveva paura di surfare sulle onde e osservava dalla riva con quanta abilità e grazia Mauro manovrava la leggera barca a vela.

Il vento impazzava, spargendo i capelli dorati, tirando ostinatamente le ciocche leggere. Improvvisamente un uomo scuro, vestito all’europea, si avvicinò ad Antonella. Si inchinò leggermente, portando la mano sinistra al petto, e disse qualcosa in inglese. Vedendo che Antonella non capiva, se ne andò subito da qualche parte. Ma cinque minuti dopo era di nuovo davanti a lei. In mano teneva un tessuto di seta nero bordato da frange malva di perline. Si avvicinò dolcemente ad Antonella e con movimenti cauti le legò il foulard alla maniera araba, nascondendo abilmente le ciocche scompigliate sotto la seta. Antonella rimase immobile, incantata dalla danza delle sue mani e dei suoi occhi. Improvvisamente si avvicinò Mauro: sorpresa, ammirazione, gelosia? No, qualcosa d’altro, a cui Antonella non sapeva dare un nome, passò nei suoi occhi. E si inchinò leggermente davanti a lei, abbassando la testa e premendo la mano sinistra sul petto…

Antonella si avvicinò lentamente al ristorante, come in sogno, scese dalla macchina e sbagliò entrata. L’edificio era largo e aveva quattro belle porte sul lato della strada. Oltre alla cucina cinese, c’erano giapponese, marocchina e thailandese.

Antonella si fermò confusa, non riconoscendo il posto. Le corse incontro una cameriera piccola e dagli occhi a mandorla, parlò sorridendo – con un accento così terribile che Antonella indietreggiò terrorizzata e corse fuori in strada. Lì, vicino alla sua macchina, urtò un giovane scuro, vestito con una lunga tunica. L’acconciatura con capelli neri dritti e lucidi di gel tradiva l’immigrato. In mano teneva un largo bracciale giallo con pietre blu convesse.

– Non hai visto qui una Mercedes così? – chiese sfacciato ad Antonella, squadrandola con quello sguardo eloquente che in qualsiasi tempo può sollevare l’umore a una donna.

– È partito.

– Lo pensavo, – il ragazzo accese una sigaretta, rigirando il bracciale nella mano. – Bella cosa, che ne dici? Mauro dice sempre che su donne e vino non si risparmia.

Il ragazzo trattenne lo sguardo sul chemisier beige semitrasparente di Antonella e la guardò intensamente negli occhi.

La ragazza sentì una leggera eccitazione. Il ragazzo era molto più alto di lei e ben fatto. Antonella lo immaginò improvvisamente nudo, in costume da bagno sulla spiaggia: notte, sabbia fresca e il suo corpo pesante la preme senza riguardi a terra…

Il ragazzo sembrò indovinare i suoi pensieri e si avvicinò vicinissimo. Le toccò la catenina, sfiorandole leggermente il seno sinistro:

– In vendita?

Antonella chiuse gli occhi e si appoggiò alla macchina.

Il ragazzo si guardò intorno e strinse leggermente il capezzolo attraverso la camicetta. Antonella gemette. Lo sconosciuto la afferrò appassionatamente per il collo e cominciò a baciarla, sbottonandole convulsamente la camicetta. Antonella sentì una onda di calore diffondersi nel basso ventre e le gambe aprirsi mollemente sotto la pressione del ragazzo.

La sirena stridente di un’ambulanza li assordò entrambi. La macchina sfrecciò accanto a loro, sollevando una nuvola di polvere in cui non c’era più spazio per la passione.

Antonella uscì improvvisamente dallo stordimento, si scrollò la polvere e disse severamente:

– Sono la cugina di Mauro Minotti. Che ti permetti? Domani ceniamo insieme, gli consegno il bracciale, se vuoi.

Il ragazzo sorrise scetticamente, guardandola di nuovo e ancora con piacere.

– Non conosco il cognome, – piagnucolò improvvisamente l’immigrato con voce diversa. – So solo che ha soldi e non è tirchio.

Antonella tirò fuori rapidamente cento euro, sorprendendo un po’ l’estorsore, e si prese il bracciale, che nascose subito nella tasca più lontana della borsa.

Serata tra ragazze

Nel ristorante cinese c’era il tipico affollamento e rumore cinese quel sabato sera. Le amiche aspettavano Antonella al loro tavolo preferito al secondo piano, dove il pavimento era la spessa parete di un enorme acquario con pesci vivi.

Michela aveva un aspetto strano. I jeans preferiti e la maglietta sportiva erano stati sostituiti da un vestitino rosa tenero con spalline scintillanti. Sandali bassi ma eleganti battevano una melodia sconosciuta, allontanando un carassio argentato che si era avvicinato al vetro.

Lo sguardo leggermente altezzoso di Michela vagava come una fiammella nel ristorante.

– Abbiamo una novità, – annunciò subito la grassottella Sirena, strizzando maliziosamente gli occhi.

– Avete visto Mauro con la nuova ragazza, che – guarda un po’! – è bionda e tutta riccia permanente, – dichiarò solennemente Antonella.

Le ragazze la guardarono perplesse.

– No, – chiacchierò impazientemente Sirena. – La novità è di Michela. Ogni giorno una cosa: ora un nuovo lavoro, ora il contrario…

– Come sarebbe il contrario! – si indignò Antonella e notò partecipe: Michela, cara, se hai problemi col nuovo lavoro, vuoi che parli con Mauro? Lo vedrò probabilmente domani. Da lui c’è sempre bisogno di qualcuno.

– Ma che c’entra Mauro! – Michela rise improvvisamente forte. Non riesci ancora a dimenticare quel “macho riccone” che per di più non disdegna il sesso nemmeno con le pensionate? È ogni venerdì nell’ufficio del notaio nel mio palazzo e credimi, LI SENTO! COME firmano i documenti… E te ti ha mandato al magazzino dall’ufficio dopo che vi siete lasciati? Capisci che tipo è?!

Antonella non riusciva a dire una parola, il cuore batteva sordo da qualche parte nel profondo del suo corpo vuoto. Le sembrava di avere nel corpo solo un grande buco nero, e solo un dolore strano si diffondeva sulle spalle. E voleva colpire quel tavolo con le mani. E battere, battere, battere!! Finché il dolore non fosse uscito e l’avesse lasciata.

– Sono incinta. – Michela cambiò improvvisamente tono. Sospirò convulsamente e con gesto abituale sistemò l’acconciatura alta insolita per lei. – Il mio compagno lo sa già. Ci sposiamo a settembre.

Antonella guardò confusa l’amica, non riusciva a capire perché fino a pochi secondi prima ribollisse in lei una fiamma di rabbia incontrollabile.

– Un maschio, probabilmente. Sarà Capricorno secondo l’oroscopo, – suppose Serena, divorando fanaticamente polpette di riso.

– Quale Capricorno, scema! – esclamò Michela, schizzando salsa sul chemisier beige di Antonella.

– Scusa, – buttò lì di sfuggita e continuò a indignarsi.

La serata si prolungò. Antonella si annoiava durante i discorsi su mobili per bambini e matrimonio.

– Ne passerai di tutti i colori, cara, – notò enigmaticamente Antonella. – Mio nipote maggiore è un mostro, dopo di lui si comincia a odiare i bambini. E poi ingrassi. Ti va tutto questo ai soli ventisei anni?… Sei giovanissima…

Michela guardò Antonella con arroganza e disse:

– Tu hai già ingrassato, senza figli. E poi invecchierai. E tu, cara, NON hai più ventisei anni. – Michela saltò agilmente sui tacchi e si diresse verso l’uscita per fumare «l’ultima sigaretta».

– Non farci caso, – disse Serena. – Michela, anche se vive a Modena da dieci anni, resterà sempre una ragazza semplice-semplice.. È maleducata, e poi questa gravidanza. La madre le farà una scenata, ma è chiaramente contenta di riuscire finalmente a sposare il suo “eterno fidanzato ricco”. Il lavoro non le serve più.

– E tu, non sarai incinta per caso? – chiese ironicamente Antonella.

– No. Lo sai che tutti i miei ammiratori partono bene dal portafoglio di papà, ma frenano male vedendo il mio pancione voluminoso. – Serena si stiracchiò dolcemente e aggiunse:

– E non mi lamento. Lo sai, il mio sogno non è restare bloccata in quel magazzino né tornare nell’ufficio di papà. E di sicuro non sposarmi. Ho deciso definitivamente di iscrivermi all’università. Davanti a te la futura veterinaria, la migliore del nord Italia! – Serena saltò comicamente dalla sedia e fece un inchino, attirando sguardi perplessi intorno.

Le amiche fecero appena in tempo a chiedere il conto che si avvicinò un ragazzo basso, molto alla moda, sui venticinque anni:

– Che persone! Che si festeggia? – Sorriso hollywoodiano e chioma di capelli vaporosi: André da vicino non si poteva confondere con nessun altro.

– André! – esclamò Antonella. – Dio mio, pensavo ci stesse provando uno studente! Come fai a sembrare così giovane? Effetto del nuovo incarico?

André sorrise con sufficienza e si chinò proprio all’orecchio di Antonella:

– Ed io ho divorziato.

Si guardarono negli occhi, e ad Antonella sembrò che nell’aria profumasse di lillà, e tutti i suoi problemi, tutto il suo dolore svanirono, evaporarono.

– Mi dispiace, – balbettò confusa, usando le frasi abituali in questi casi.

André la guardò a lungo e si voltò verso Serena, che osservava la scena con interesse.

– Serena! Vuoi venire nel mio reparto? Ti prendo senza chiacchiere inutili, anche da lunedì. Niente straordinari, software intuitivi. Darò permessi senza problemi. Vuoi studiare? Studia in parallelo.

Negli occhi di Serena brillarono improvvisamente lacrime:

– André!.. Sul serio?

– Certo. Eri già nella lista dei candidati, e ora che sei d’accordo, lunedì parlo di te con la dirigenza.

– Edio? – Antonella uscì dal torpore.

– Te non me la lasciano prendere. Dovevi pensarci meglio prima. – André allargò le braccia e, strizzando l’occhio a Serena, tornò al suo tavolo.

Michela lo seguì con lo sguardo, chiaramente offesa per la mancanza di attenzione verso di lei, e notò:

– Che bel ragazzino ha! Guardate, è qui col figlio. Anto! E tu che fai, è chiaramente interessato a te!

Antonella guardò l’amica senza espressione. I ricordi della perdita del posto e dell’esilio al magazzino la sconvolsero completamente.

Appena in macchina, Antonella tirò fuori il bracciale riscattato. Sottile ma non vuoto, le pietre blu a forma di scarabeo sacro erano chiaramente autentiche. Antonella ne aveva visti di simili in Egitto. Ora costavano più di cento euro, ma il ragazzo evidentemente non se ne intendeva di queste sottigliezze.

E di nuovo i ricordi di un’altra sera di sabato avvolsero la coscienza di Antonella.

Sul fondo delle acque scure del Mar Rosso iniziò lo spettacolo. Una piccola ballerina con seno grande e occhi ben delineati scivolava sul palco, eseguendo la danza del ventre. Ora faceva rotazioni folli, ora si muoveva lentamente e dolcemente sullo sfondo di una enorme luna.

Mauro girò la sedia verso il palco: non staccava gli occhi dalla ballerina, aggiustandosi di tanto in tanto la cintura dei jeans. Antonella tratteneva a stento un accesso di rabbia e cercava di distrarsi: le piaceva la danza del ventre, la ragazza la eseguiva professionalmente, e Mauro, in fondo, era un uomo giovane sano, stava solo guardando uno spettacolo piccante.

La ballerina si voltò bruscamente di spalle al pubblico e cadde letteralmente in ginocchio, gettando la testa all’indietro. Lunghi capelli ondulati incorniciavano il suo bel corpo snello, e gli occhi sembravano implorare Mauro. Antonella non resse, si alzò di scatto e corse verso l’uscita del ristorante. Mauro la guardò sorpreso, poi si alzò e si unì agli applausi degli altri spettatori. La ballerina si allontanava lentamente dal palco. Dietro la sua schiena elegante, sulla superficie dell’acqua, il riflesso della luna sembrava uno strato d’argento solidificato.

Antonella nascose il suo tesoro e si diresse verso l’unico negozio aperto fino alle dieci di sera. Il suo umore migliorò improvvisamente, e non le dispiaceva spendere mezz’ora in più per comprare una bustina di bevanda al cioccolato.

Nel negozio c’era abbastanza gente. Antonella scivolò davanti alle vetrine di abbigliamento, cercando di non guardare intorno. Negli ultimi due anni comprava al mercato tutto ciò che si trovava: pantaloni nuovi o shampoo. Questo le permetteva di mettere da parte quasi metà del suo stipendio modesto ogni mese: vivere con la madre stava diventando insopportabile, e Antonella pensava di comprare una casa propria. Calcolava scrupolosamente ogni centesimo e scacciava i pensieri indecenti sulla possibilità di ereditare l’appartamento della madre.

– Anto! – la chiamò improvvisamente una voce femminile. Certo: la moglie del fratello. Tutta borse e bambini! Ma con tacchi e gonna stretta.

– Cara, è tanto che non ci vediamo! Bambini, salutate la zia! – La cognata sorrideva incessantemente. Sempre, ma in modo sorprendentemente appropriato; persino quando esprimeva condoglianze, sul viso le splendeva un mezzo sorriso triste. Il maschietto piccolo – a differenza della madre – era un bambino piagnucolone. Cominciò subito a tirare i bordi della giacca sportiva di Antonella e a chiedere in braccio. La bambina, al contrario, strinse le labbra arrabbiata e si voltò verso la vetrina. Antonella notò che la nipotina, di solito gentile con tutti come la madre, ultimamente non la salutava nemmeno. Tuttavia non ricordava quando fosse iniziato, e scacciava i pensieri sui nipoti come moscerini.

– Cara, mi sembri un po’ stanca. Ho un ottimo nuovo massaggiatore. Te lo consiglio! – La cognata alzò maliziosamente le sopracciglia truccate e improvvisamente esclamò entusiasta: Guarda che sandali in quella vetrina! A proposito, come sta tua sorella fuggitiva? – I sandali furono improvvisamente dimenticati. – È tornata a casa dei genitori?

Antonella guardò sospettosa la cognata e pensò: «Non mi starà confondendo con qualcun’altra?»

– Non l’hai ancora vista? E a noi ha telefonato ieri sera, piangeva, chiedeva un prestito – come al solito. E poi improvvisamente ha detto che lascia il marito. Che ha deciso tutto, e la madre la appoggia e promette persino di fare testamento a suo favore. L’appartamento è enorme, due stanze sono vuote da voi, e lì correrà un nipotino. Meglio, no?

La moglie del fratello chiacchierava senza sosta, distribuendo abilmente le numerose borse tra la figlia e Antonella. Quest’ultima sembrava temporaneamente sorda e muta.

Antonella stava semplicemente ferma e guardava la donna alta e agitata e lottava contro il desiderio di darle uno schiaffo per farla tacere e smettere di agitare le mani dalle unghie impeccablement curate.

Cercava invano di calmarsi. Più si avvicinava a casa, più stringeva il volante e più faticava a controllare il tremito nervoso che le provocava uno spasmo sul viso.

Inizio

Antonella si ricordò di come tremava per le onde gelide del Mar Rosso. In aprile era abbastanza fredda, e i venti del deserto a volte la costringevano a correre verso la piscina riscaldata. Mauro la stuzzicava: «Abituati! Penso di aprire qui un club di immersioni. Quindi sette-otto mesi all’anno vivrete qui. Che ne dici? Ti piace questo appartamentino o ne compriamo uno più vicino al lago salato, dove ci sono meno turisti?»

Antonella sorrideva e non sapeva cosa rispondere. Gli egiziani non le piacevano, aveva paura dell’acqua, non aveva amiche lì. Inoltre a casa potevano pensare che fosse rimasta in Egitto con qualche “beduino locale”, e non col bel Mauro!

Dopo qualche giorno, presto al mattino, squillò il nuovo telefono cellulare di Antonella. Proprio nel momento in cui aveva appena socchiuso il baldacchino che proteggeva i dormienti dal sole, per andare a fare la doccia. Antonella era un po’ schizzinosa con l’acqua in Egitto, ma il bagno, che sembrava una grotta, era troppo bello e, oltre alla doccia, tentava con la sua vasca idromassaggio ad acqua salata.

Così, nel momento in cui Antonella si svegliò e si sentì in una suite di lusso almeno una baronessa, squillò improvvisamente la vicina della madre. In dialetto napoletano riuscì a malapena a spiegare ad Antonella che “persino a Napoli i vicini si comportano decentemente”, a differenza della madre di Antonella, che ogni sera organizza baldorie con risse o crisi cardiache di qualcuno degli ospiti. Qui, mostrando una tattica incredibile per gli standard napoletani, la vicina fece una pausa che implicava le numerose relazioni della madre con uomini di età, professioni ed educazione diverse, di cui Antonella era già al corrente. Carabinieri e parenti evidentemente non si curavano del disordine descritto, perciò la vicina aveva chiamato Antonella.

– Non è niente, – la tranquillizzava Mauro. – La curiamo e la portiamo qui da noi.

– Ma figurati! – si infiammò subito Antonella. – Ci sono ancora i miei fratelli e mia sorella. Ne ho già abbastanza sofferto con lei. E poi la mamma ha sempre bevuto. È incurabile!.. La mando in clinica per il tempo massimo possibile, e poi si vedrà… E poi, anche se smette di bere, non verrà nel deserto dai beduini. Non hai mai visto mia madre: tutta d’oro e vestita come per un ricevimento dal presidente della repubblica.

Mauro sospirò stancamente e accese una sigaretta. Per qualche motivo Antonella ricordò il suo viso quel giorno. Triste e estraneo.

Da quel giorno Mauro abbandonò improvvisamente l’idea del club di immersioni e del trasferimento con Antonella sulla riva del Mar Rosso. Tuttavia comprò comunque un piccolo appartamento e volava spesso lì, lasciando Antonella sola a respirare le nebbie dell’autunno modenese.

«Certo, perché dovrebbe volere la figlia di un’alcolizzata!» – A volte Antonella odiava così tanto la sua famiglia e la sua vita da passare settimane di cattivo umore, limitando la sua esistenza al lavoro e alla visione di soap opera fino a tarda notte, cercando di non scambiare nemmeno una parola con la madre.

La pioggia batteva sul parabrezza in grossi getti d’acqua. Il debole acero vicino casa sembrava non sopravvivere a quella tempesta. Accertatasi che il garage era già occupato dalle macchine della madre e della sorella, Antonella parcheggiò con fatica nel parcheggio e si affrettò verso casa.

Nell’ingresso c’erano diverse paia di scarpe in più, confermando la presenza della sorella col bambino e anche di un ospite maschile sconosciuto. Notando un silenzio insolito per le dieci di sera, Antonella passò indifferente in cucina e, spogliandosi, preparò un infuso di camomilla. Poi ricominciò a esaminare il bracciale della nuova fiamma di Mauro. Certo, il bracciale era stato comprato in Egitto.

– E solo lì si capisce cos’è il destino! – diceva un tempo Mauro.

«Certo, è il destino che ha mandato quel immigrato che ha trovato il bracciale, – i pensieri di Antonella erano rapidi ma pesanti, come gocce di pioggia che battevano sulla finestra. – Ora abbiamo una seconda possibilità. Mauro non rifiuterà di incontrarmi, e questo è il punto chiave, poi si vedrà…»

Improvvisamente un urlo acuto si levò dal basso. Coprendo pioggia e vento, fece sobbalzare Antonella per la sorpresa e rovesciare la tazza. Si era attivata l’antifurto della sua macchina.

«Mancava solo questo! L’anno scorso nel parcheggio qualcuno ha distrutto e incendiato diverse auto!» Afferrando l’ombrello, Antonella si precipitò fuori terrorizzata e pronta ad affrontare un piromane che terrorizzava la la provinci da un pó.

– Il parcheggio è mal illuminato, la macchina parcheggiata male. Il paraurti non è nemmeno ammaccato, – spiegava il tassista con tono stanco e didascalico.

– Perché siete entrati nel mio parcheggio?! – urlava quasi Antonella, cercando invano di aprire l’ombrello. – Dove trovo i soldi per la riparazione?

– Dove trovare i soldi non lo so. “l’assicurazione” le dice qualcosa?.. – continuò monotono il tassista. – il parcheggio è condominiale, non é solo suo, Signora. Il cliente senza ombrello ha chiesto di avvicinarsi di più. E il vostro ombrello non si apre, quindi tornate a casa, da marito e figli. Anch’io tornerei dai miei, ma ecco – il lavoro. La professione, per così dire…

A passi lenti Antonella saliva le scale, trascinando il pesante ombrello lungo sui gradini. Come un cavagliere dopo una batagglia persa. Improvvisamente in alto risuonò una voce sguaiata:

– Ecco, e tu mi sgridavi, mi chiamavi pasticciona. Sapevo di averlo dimenticato a casa!

Antonella – passo dopo passo – si avvicinava al suo appartamento. Nell’inquadratura della porta un uomo alto abbracciava la madre di Antonella mezza nuda.

Improvvisamente si voltò, e Antonella vide..che nei suoi occhi continuava a sciabordare il mare.

– Ah! È tornata la piccolina! – gridò la madre con voce ubriaca, scuotendo la testa ricciuta. – Mauro, ti presento mia figlia, Antonella – Fece un gesto teatrale con la mano verso Antonella, e lei vide veri scarabei blu fermi sull’oro. E lo sguardo sinceramente sconcertato di Mauro.

E poi da qualche parte lontano qualcuno gridò con la sua stessa voce:

– Ridammelo!

E subito in risposta un urlo femminile si levò verso il cielo e ricadde in un lamento selvaggio, soffocando tutti i suoni dell’Universo…

Epilogo

…Serena piangeva piano, asciugandosi le lacrime dalle guance rosse e piene con un fazzoletto di carta.

Michela era seduta al tavolo, appoggiata goffamente sui gomiti e stringendo forte le mani. Serena sospirò convulsamente:

– Papà non vuole assolutamente assumere un avvocato per Antonella e mi ha urlato contro… Ora tutti i miei risparmi se ne andranno, e non so se troverò un avvocato che accetti questo caso.

– Tuo padre ha ragione. – Michela si raddrizzò elegantemente. – E tu sei pazza. Non ti capisco proprio. – Passò improvvisamente alle urla: Ha ucciso sua madre! Le ha infilato quell’ombrello proprio nell’occhio con tale forza!

– È stato un incidente, – pigolò lamentosamente Serena.

– Forse. – Michela riprese fiato e aggiunse a voce bassa ma forte, chinandosi sul tavolo: E poi litigavate spesso con lei al lavoro. Ora, se ci penso, tremo…

Michela tamburellava nervosamente coi tacchi sul pavimento di vetro. Dall’altro lato dell’acquario la guardava un carassio argentato. Apriva impotentemente la bocca, cercando di dire qualcosa – contro la natura, che per qualche motivo l’aveva creato muto.

– L’avvocato è un brav’uomo, amico d’infanzia. – Mauro fumava, osservando da lontano il corteo funebre nel piccolo cimitero di Campogalliano.

– Che farai ora? – André corrugava così tanto la fronte che la pelle era letteralmente solcata da una piega, e ora difficilmente qualcuno l’avrebbe preso per uno studente. Dimostrava tutti i suoi anni.

– Vado in Perù per un mese. Lì la connessione sarà scarsa a tratti; per lavoro meglio risolvere tutto nelle prossime due settimane. Hai deciso poi chi dobbiamo mettere nel tuo reparto?

André tacque.

Mauro si voltò verso di lui: il viso dell’amico non esprimeva nulla.

– Deciso, – rispose calmo André e si diresse verso l’uscita del cimitero. In silenzio. Senza salutare.

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