By Grachev Serghei
Vedere in sogno un contadino è segno che presto vi aspetta un lavoro pesante, che richiederà molta pazienza.
(Dal libro dei sogni Felomena)
In uno dei giorni estivi, quando gli abitanti dell’Emilia-Romagna già si preparavano alla raccolta delle pesche, il contadino Enzo Fiore sentì il verso della tortora – tor tor. Quell’uccello, con il disegno squamato sul collo, era posato sulla cima della magnolia che cresceva di fronte alla casa di Enzo e cantava instancabilmente, o meglio gorgogliava – basso e sordo. Il contadino pensò: «Arriva un ospite». Molti anni prima, quando Enzo aveva circa cinque anni, sua madre gli diceva che la tortora veniva dal sud, dalla Calabria, e portava sulle ali il caldo. Ma l’esperienza personale suggeriva al contadino un altro presagio: quella tortora portava ospiti nella tenuta.
Ma in quel momento alla fattoria non serviva un ospite, bensì un lavoratore. Enzo ci aveva cominciato a pensare quasi subito dopo aver costruito la nuova casa a due piani. Suo padre, Boscòlo Fiore, era rimasto a vivere nella vecchia casa, era invecchiato rapidamente e nel frutteto di pesche e nel vigneto non era più di grande aiuto. Enzo non pensava a un socio, ma a un giovane bracciante robusto, possibilmente straniero, al quale si potesse pagare molto meno di otto euro l’ora. E così, quando le pesche avevano cominciato a maturare, Enzo capì che non si poteva più aspettare.
Denis Turov sognava da tempo di trasferirsi nell’Europa occidentale. Certo, si poteva andare con un visto turistico e sparire tra la folla dei lavoratori stranieri. Ma, intenzionato a stabilirsi all’estero per sempre, aveva subito scartato l’idea di vivere da clandestino. Mentre compilava il curriculum da inviare per e-mail, Denis sapeva di non avere molto da vantare: il servizio militare, tre anni di università a distanza in un istituto tecnico e, parallelamente, lavoro nelle reti elettriche.
Il curriculum in inglese e in italiano glielo aveva preparato un ex compagno di classe poliglotta, studente all’università di Mosca. Naturalmente, nel curriculum Turov aveva un po’ esagerato riguardo alle sue competenze professionali come elettricista ad alta tensione, ma proprio questa presunta alta professionalità aveva interessato il responsabile del personale di un’azienda di mobili del nord Italia. Si può dire che solo per una fortunata coincidenza Turov era finito in quella fabbrica italiana, dove gli era stato firmato un contratto annuale.
Il certificato russo di abilitazione ai lavori su impianti ad alta tensione gli italiani non lo avevano riconosciuto, e così Denis lavorava come assemblatore di mobili e, quando serviva al padrone, faceva anche l’elettricista.
Dopo un anno il contratto non fu rinnovato e Denis si sentì ingannato dal datore di lavoro furbo e quasi offeso dal destino. Aveva lavorato diligentemente, non aveva mai marinato, e a ventiquattro anni non era certo un’età per essere licenziati. Ma una ragazza di Rjazan’ che lavorava come manager in fabbrica gli disse che la disoccupazione cresceva e che i primi a essere licenziati erano gli stranieri. Fu proprio dal suo computer in ufficio che Turov trovò l’annuncio del contadino Enzo Fiore. Nelle costruzioni agricole sorgevano continuamente problemi con gli impianti elettrici e con l’impianto, e Enzo cercava un operaio con esperienza da elettricista.
Turov arrivò a Faenza in luglio. Quando vide per la prima volta Enzo, abbronzato, proporzionato, pensò: «Sembra un ex atleta». Come molti in quel periodo caldo, Enzo indossava una maglietta bianca e pantaloncini beige corti. Ai piedi sandali a piedi nudi. Il mento non rasato da tempo, la barba nera pronta a diventare folta. La fronte stempiata, i capelli grigi sulle tempie dicevano che il contadino aveva almeno quarant’anni, ma era chiaramente in ottima forma fisica e somigliava a un allenatore di calcio. In tutta la sua figura c’erano sicurezza e una calma filosofica.
Partirono con la jeep di Enzo dalla città e sfrecciarono tra vigneti e campi di mais. Lungo la strada verso la sua tenuta Enzo Fiore pronunciò una sola frase:
– Il mese scorso ha piovuto una volta sola.
La nuova casa bianca a due piani della famiglia Fiore sorgeva in mezzo alla pianura padana, quasi in steppa, sotto un cielo senza nuvole e un sole cocente. Dal mare ci si arrivava in mezz’ora, ma a Enzo, come si scoprì, non restava mai tempo per andare al mare.
Denis classificò mentalmente la nuova casa dei Fiore come un cottage: non arrivava certo alle dimensioni di una villa dei nuovi ricchi russi. Non c’erano alti recinti con cancelli automatici. Però la facciata era molto graziosa. L’ingresso era costituito da colonne quadrate in mattoni, sormontate da un tetto di tegole che sembrava un berretto esotico. Quella sorta di veranda colonnata aperta correva quasi lungo tutta la facciata, creando un’ombra salvifica. Al secondo piano c’era una loggia non vetrata, da cui si apriva la vista sui campi e sulle basse montagne che tremolavano lontane nel caldo.
Il padrone portò subito Turov a visitare la tenuta e i terreni agricoli. In un anno di lavoro in fabbrica Denis aveva imparato un po’ d’italiano e capiva quasi tutto quello che diceva il contadino.
Prima Enzo gli mostrò il cortile di lavoro, i capannoni, le macchine agricole, gli alberi da frutto isolati. Sul melograno pendevano già frutti grossi. Quando Enzo chiamò l’albero di cachi «cachi di Romagna» e in latino Diospyros kaki («frutto degli dèi»), Denis pensò: «Ho trovato un uomo colto».
– I cachi si mangiano a novembre, – spiegò Enzo. – Dopo pranzo e solo maturi.
Poi camminarono lungo il vigneto, dove crescevano due varietà: quella verde e quella piccolo scuro violaceo, che profumava di vino. Dal vigneto svoltarono nel frutteto di pesche, che a Denis parve immenso. Gli alberi si estendevano in file ordinate verso le montagne.
Turov chiese:
– Ci sono altri operai?
– Io e mia moglie, – rispose Enzo e sorrise. Sembrava un sorriso gentile, ma Denis capì che il contadino risparmiava sulla manodopera e che quindi al russo elettricista lo aspettava un fronte di lavoro insospettabilmente ampio. In casi del genere Turov era abituato a ripetersi mentalmente: «L’uomo può fare solo quello che le sue forze gli permettono. Forse un po’ di più». Turov non temeva il lavoro, e comunque non aveva dove ritirarsi. In Russia nessuno lo aspettava: i genitori erano morti, e nel loro appartamento di due stanze a Lotošino viveva il fratello maggiore con moglie e figlia.
Tra le file dei peschi regnava un caldo soffocante, l’aria era impregnata dell’aroma dei frutti maturi. I rami si aprivano a ventaglio sopra la testa, sostenuti dai fili di ferro che Enzo aveva teso tra i pali lungo le file. Sotto i piedi c’erano molte pesche cadute, belle, succose, ma un contadino di razza non mangia quelle cadute e non le offre agli ospiti. Ciò che è caduto è perduto. Enzo scelse a lungo un frutto dal ramo. Ne prese uno, lo guardò da tutti i lati e lo buttò. Ne cercò uno migliore. Alla fine ne scelse uno e lo porse a Denis. La buccia era liscia e a Denis finalmente fu chiaro che si trattava di una nettarina. Enzo confermò: «nettarino». Nonostante l’aspetto rosato, la polpa giallastra era ancora dura, ma dolce al gusto.
Sulla via del ritorno Denis vide anche l’orto, dove maturavano cocomeri, zucche e pomodori.
– Bel frutteto, – disse Denis, cercando di esprimere con tutta la sua persona e con l’intonazione il rispetto per il laborioso padrone. – Pesche tantissime.
Enzo annuì e invitò l’operaio a pranzo.
La tavola era apparecchiata da una giovane donna vestita con ampi pantaloni bianchi e una blusa azzurra larga con una profonda scollatura. Collo e braccia erano coperti da un’abbronzatura uniforme, non troppo scura.
– Mia moglie Anna, – la presentò Enzo, e nei suoi occhi castani balenarono scintille ardenti. Così a volte guardano i dongiovanni sicuri che tra un minuto un altro pezzo raro entrerà nella loro collezione.
Denis decise subito che Anna non era proprio un’italiana tipica. Aveva un viso rettangolare, fronte alta e mento allungato, occhi grandi e distanti. Guance larghe, e la guancia sinistra gli parve più grande della destra. «Probabilmente si trucca il mento e la fronte con il blush», pensò, e aggiunse mentalmente che il trucco non le giovava molto. Nelle foto probabilmente veniva peggio che dal vivo: succede sempre con i lineamenti irregolari. Anna non era una bellezza, ma era graziosa, e i suoi occhi e i lunghi capelli tinti di un bel castano chiaro potevano fare una forte impressione su un uomo.
In tavola c’era tutto prodotto in casa: frutta, maiale, pollo. E naturalmente vino.
– Prego, Giovanolo, – disse Anna, indicando con un sorriso triste il piatto di maiale.
«Lo chiamavano Giovanolo, – pensò il russo guardando i pezzi di maiale. – Pare che qui non si mangi chi non si conosce!».
A pranzo Denis scoprì che Anna nelle sue preferenze culinarie a volte accostava cose inconciliabili: per esempio, sulla polpa di melone arancione a cubetti metteva carne affumicata. Tuttavia quell’insolito canapé piacque molto a Turov.
Quando Anna posò le coppette del dolce, guardò Denis dritto negli occhi da dietro un ricciolo castano ondulato e sorrise. Quel sorriso audace, il movimento del suo seno mentre si chinava, l’aroma di cioccolato che emanava dal suo corpo – tutto questo incantò Turov. «Dove ha preso un profumo simile?!». Fu come se lo avesse investito un’ondata di energia giovane. Il dolce, preparato con nettarina, noce e kiwi, completò l’opera.
Cogliendo lo sguardo del contadino, Denis si accorse con orrore che negli occhi e agli angoli della bocca di Enzo c’era comprensione. Ma un istante dopo il viso di Enzo, che mangiava il dolce, tornò perfettamente sereno.
Turov continuava a sentirsi addosso lo sguardo curioso e indagatore di Anna. Era come se lo stesse analizzando nelle sue capacità maschili: sia lavorative che di altro tipo. Questo continuava a inquietarlo, finché il vino casalingo non lo rilassò.
Gli diedero una stanza nella vecchia casa, che sorgeva a una trentina di metri dalla nuova. Nella sua camera c’era una finestra e dietro di essa maturavano grossi frutti di melograno. Questo piacque molto a Turov, perché l’albero di melograno nascondeva parte del muro scrostato del capannone di fronte.
Quel giorno Turov si sentiva un ospite nella tenuta dei Fiore. Ma già la mattina dopo tutto tornò al suo posto.
Enzo lo svegliò alle sei, bevvero insieme il caffè e andarono nel frutteto. Lì il contadino fece un dettagliato briefing sul lavoro da fare.
Turov ascoltava attentamente. Dalle spiegazioni di Enzo capì che le pesche non maturano tutte insieme, quindi vanno raccolte selettivamente per quasi un mese e mezzo. I frutti si staccano con cura, cercando di non ammaccarli né schiacciarli. Dai rami si devono prendere solo quelli quasi completamente maturi, ma ancora sodi. Le pesche con la buccia non ancora arrossata non si possono prendere, né quelle troppo mature, perché marciscono rapidamente e non sono adatte al trasporto.
Durante la raccolta Enzo usava una piattaforma motorizzata. Su quella piattaforma, che poteva sollevarsi fino a due metri e spostarsi su ruote lungo le file degli alberi, c’erano cassette e casse per la frutta. Lì sopra stavano i raccoglitori: Enzo, Anna e Denis. Staccavano le nettarine dai rami e le posavano delicatamente nelle cassette, nei singoli scomparti. Anna però si occupava soprattutto di attaccare etichette su ogni pesca. Contemporaneamente avveniva anche lo scarto: i frutti danneggiati finivano in una cassa a parte.
Denis ora sapeva che i frutti impregnati del calore del sole, maturi e profumati, dovevano essere consegnati al consorzio agricolo entro dodici ore, altrimenti senza frigorifero avrebbero cominciato a deteriorarsi. Nel consorzio c’erano celle frigorifere speciali e il consiglio si occupava di tutto: stoccaggio, trasporto e vendita del raccolto. Ma al contadino restavano solo sette centesimi al chilo per i frutti buoni, e per di più non subito, ma man mano che la merce veniva venduta.
– E che si fa con le pesche cadute? – chiese Denis.
– Le raccoglieremo dopo, – rispose Anna, guardando Turov con gli occhi socchiusi da sotto il fazzoletto che le nascondeva i bellissimi capelli. E aggrottò la fronte. – Per quelle danno solo tre centesimi al chilo.
«Ma nei negozi le nettarine costano due euro e mezzo al chilo. È proprio un furto!» pensò Turov.
– Prima i Fiore portavano le pesche a Ravenna, – disse Anna. – E le vendevano al mercato.
Ma quei tempi felici, come capì Denis, erano ormai lontani, insieme alle lire e ai leader nazionali. Ora i mercati erano controllati dai monopoli, che non avevano bisogno dei piccoli contadini e della loro merce.
Enzo sembrava non sentire le parole della moglie. Era tutto preso dal lavoro, che apparentemente non lo stancava affatto. Il contadino guardava le pesche con occhi castani buoni e sorrideva appena. Le sue mani lavoravano rapide e sicure tra i rami, staccando i frutti. Aveva mani molto forti, coperte di peli neri, con dita tenaci. Quelle mani erano il vero tesoro del contadino, perché dalla velocità di raccolta dipendeva la quantità di frutta di qualità commerciale.
Nelle brevi pause fumava in silenzio, assorto in qualche pensiero, ma non preoccupato, piuttosto sognante, come se con la mente fosse su un’isola persa nell’oceano. Probabilmente solo con una calma filosofica nell’anima si poteva lavorare in tre, senza assumere operai, dodici ettari di terra piantati a peschi, vigneti e peri.
Anna invece parlava continuamente. Per esempio del suocero, grande lavoratore, che lavorava «sempre». Ora Boscòlo Fiore era invecchiato e usciva di casa solo per passeggiare nel cortile, dal capannone all’orto e ritorno.
Arrivò un agosto non meno caldo, e le pesche sugli alberi erano ancora tantissime. Per distrarsi mentalmente dal lavoro, Denis si immaginava come un agriturista. Stanco del caos cittadino, dei condizionatori d’ufficio e dei gas di scarico, avrebbe sentito il bisogno di prodotti naturali e di lavoro fisico nella natura. Per un po’ quei pensieri lo divertivano. Ma sparivano del tutto quando tornava a casa dopo il lavoro e sentiva dolori alla schiena e alle gambe.
E poi si scoprì che doveva anche badare a Boscòlo. A pranzo Turov cucinava ravioli per sé e per il vecchio, li versava nei piatti con il brodo e grattugiava sopra il parmigiano – rigorosamente quello vero, con l’etichetta che raffigurava il contadino con l’aratro trainato da due buoi.
A volte, presto al mattino, quando in cielo c’era ancora la Luna, l’alto e magro Boscòlo faceva diversi giri nel cortile, e se lo si osservava si poteva notare l’avvicinarsi dell’infinito e la compiutezza cosmica del cammino del vecchio.
Le passeggiate mattutine di Boscòlo si fecero sempre più brevi, e verso l’autunno le faceva solo sottobraccio a Turov. Al vecchio piaceva curare i pomodori e trascinava Denis nell’orto. Ora Turov doveva occuparsi anche di quell’orto. Per fortuna il verro Giovanolo, mangiato a luglio, era stato l’ultimo abitante del porcile, altrimenti Turov sarebbe diventato inevitabilmente anche porcaro.
Il motto secondo cui l’uomo può fare solo quello che le sue forze gli permettono perse rapidamente significato. Turov stava gradualmente diventando contadino, operaio-meccanico e badante allo stesso tempo. E con i cinquecento euro che Enzo gli dava ogni mese – soldi ridicoli per l’Italia – non si facevano risparmi. Certo, non pagava l’affitto, quindi i soldi servivano solo per mangiare e vestirsi. E poi in campagna non serviva certo abbigliamento costoso.
Se si metteva una grossa croce sul futuro, allora non serviva proprio nulla: né macchina, né bei vestiti, né appartamento di proprietà. Ma il pensiero di aver lasciato la Russia per i Fiore e le loro pesche ora lo faceva infuriare.
Enzo aveva promesso a Turov un bonus di millecinquecento euro dopo la raccolta completa del raccolto. Ma ora il contadino diceva che lo avrebbe pagato solo se Denis avesse continuato a prendersi cura di suo padre. Naturalmente, guadagnati quei soldi, si poteva cercare un altro lavoro. Oppure tornare a Lotošino e riprendere il lavoro nelle reti elettriche, che difficilmente sarebbero fallite nei prossimi cent’anni.
Tali pensieri calmavano un po’ Denis, davano un certo senso alla vita. E osservando la famiglia Fiore cominciava a rispettarli per il loro grande lavoro. E persino a compatirli.
Il sabato sera Enzo grigliava carne e melanzane sul barbecue. Arrostiva maiale, pollo e salsicce fino a farle diventare croccanti, perché era convinto che anche la carne troppo cotta sul fuoco vivo non potesse far male all’organismo. Tanto più se accompagnata dal vino e dall’«Acqua minerale» leggermente gassata. In quelle brevi serate Denis cercava di nuovo di immaginarsi come un turista o addirittura come un nobile russo del XIX secolo arrivato «alle acque». Ma non gli riusciva.
La sera il paese – se così si poteva chiamare l’insieme di tenute sparse nei campi – era quasi al buio, e a Turov sembrava di trovarsi alla periferia del distretto di Lotošino. Allora chiedeva a Enzo o ad Anna il permesso di sedersi in salotto al computer per chattare su Skype con il fratello.
Mentre era al computer, intorno a lui scorreva la vita un po’ strana nei dettagli di quella famiglia estranea. Sentiva Anna, che cucinava in cucina, borbottare continuamente tra sé, in modo monotono e incessante, e sembrava quasi che farneticasse. Una volta, ascoltando attentamente il mormorio di Anna, Turov scoprì che i medici le avevano da tempo dato una sentenza: non avrebbe mai avuto figli suoi. Perché? Anna pensava che la colpa fosse del nonno, che dopo la guerra aveva usato troppi prodotti chimici nel campo di mais. E non solo lui, ma tutti i vicini. Per questo ora c’erano tanti senza figli intorno.
A certe ore, secondo il timer, dalla piccola dispensa usciva un robot-aspirapolvere bianco a forma di disco chiamato Filipino e cominciava a girare industriosamente per il grande salotto, raccogliendo la polvere che si accumulava incredibilmente in fretta sulle piastrelle, formando batuffoli di polvere rotolanti.
Dopo la vendemmia i coniugi Fiore calcolarono il guadagno dalla vendita di tutto il raccolto. Per la prima volta in tre mesi di vita alla fattoria Denis vide Enzo cupo, con gli occhi spenti. Da una conversazione origliata capì che dalla vendita della frutta avevano guadagnato solo seimila euro.
– Perché non parli con tuo cugino? – rimproverava il marito Anna. – Lui ha conoscenze, fa affari a Ravenna.
– Gli ho telefonato, – rispondeva Enzo con voce sorda.
– E cosa ha detto?
– Ha detto: «Perché dovrei comprare le tue pesche! Meglio vendermi tutta la tenuta».
– Così ha detto tuo cugino?
– Sì.
Poi cominciarono i lamenti di Anna e, per la prima volta dalle labbra di Enzo, una sfilza di imprecazioni intraducibili.
Enzo pagò all’operaio per il lavoro di raccolta novecento euro, e i restanti seicento promise di versarli a rate insieme allo stipendio mensile.
Arrivò l’autunno. In autunno potarono i rami nel frutteto di pesche. Le chiome fitte indeboliscono la produzione di frutti e gli alberi invecchiano rapidamente. Per questo il peschicoltore Enzo regolava la fruttificazione e l’illuminazione all’interno della chioma con una potatura sapiente dei rami e dei germogli verticali.
L’albero di melograno dietro la finestra della stanza di Turov perse le foglie ingiallite e opache, e i frutti rosso-bruni pendevano come decorazioni natalizie. Al mattino Denis amava fermarsi qualche minuto con la tazza di caffè alla finestra, ammirando le pesanti melagrane e immaginandole come pianeti arrivati sulla Terra da una lontana galassia calda.
Poi tolsero le melagrane, le misero nelle casse e le nascosero nel capannone, e il mondo fuori dalla finestra di Turov perse colore. E dopo aver raccolto i frutti dall’albero di cachi, arrivò l’inverno.
In una sera d’inverno, lasciato il nonno a guardare la televisione, Denis andò nella casa principale, da Enzo. Nel grande salotto riscaldato dal camino si poteva stare al computer fino a tardi. Lì già si riposava Enzo: dopo cena si era sdraiato sul divano davanti al camino, aveva fumato una sigaretta, sfogliato il giornale «Ravenna», trovato un articolo sul calcio e… si era assopito come al solito. Sul tavolino quadrato di vetro accanto al divano c’erano un bicchiere e una bottiglia vuota di aperitivo. In quel momento il viso di Enzo parve a Denis gonfio, simile alla faccia di Mussolini, anche se Fiore non era mai stato un cinghialone compatto come il defunto duce.
D’inverno, quando sotto Natale i campi al mattino erano coperti da una nebbia bianca e poi cominciava a piovere, persino nel rumore della pioggia nel cortile Denis sentiva la voce di Anna: lo stesso borbottio sordo e metodico o un lamento incomprensibile.
Di solito verso le undici Anna entrava in salotto e svegliava il marito perché salisse a dormire al secondo piano, nella camera matrimoniale.
Stavolta a tirare Enzo fuori dal dormiveglia fu l’aspirapolvere a disco, che uscì dal suo angolino sotto le scale.
– Filippino non dovrebbe pulire adesso, – si preoccupò un po’ Enzo, ma quasi subito si tranquillizzò: – Anna ha spostato il timer… Lo fa perché non dorma qui. Le donne, si sa…
Denis sapeva già perché Enzo chiamava l’aspirapolvere Filipino: non molto tempo prima in Italia c’erano stati moltissimi domestici e addetti alle pulizie filippini.
Guardando l’oggetto che scivolava sulle piastrelle, Enzo, mezzo addormentato, disse:
– Al telegiornale hanno detto che ieri i filippini hanno mangiato uno squalo bocca grande. Il più raro al mondo… L’hanno ingoiato intero. Dagliene l’occasione e si mangiano tutto. E il nostro governo li difende sempre.
– Dicono che i filippini siano ottimi marinai, – provò a dire qualcosa Denis.
– Sui marinai non so. Ma avresti dovuto vedere quanto è stato educato il nostro avvocato con quell’addetto alle pulizie filippino! Lo giustificava persino per il lavoro scarso…
Enzo stava quasi per riaddormentarsi, ma poi sobbalzò e aprì gli occhi. Senza battere ciglio fissò come Filipino continuava a pulire la polvere intorno ai piedi di Denis.
– Che ci possiamo fare, – disse all’improvviso Enzo. – A chi andrà tutto questo? Quando sarò vecchio come mio padre, chi lavorerà nel frutteto? Qualche albanese?… O un umile filippino? Un uomo di famiglia, buon cattolico, con i pantaloni stretti, la camicia fuori e il cappello. Con un nome spagnolo pomposo: Carlos… O Baltasar, che ne pensi?
– Magari José? – suggerì Denis e subito capì di aver sbagliato: il viso di Enzo si contorse in una smorfia di dolore.
– E diranno: qui prima vivevano Enzo e sua moglie, ora c’è José. – Il contadino, a Denis parve, guardava l’aspirapolvere con odio. – E poi dimenticheranno del tutto Enzo, e resterà solo José. Non molto ricco, ma che ama molto i bambini…
Dal secondo piano cominciò a scendere Anna. Borbottava qualcosa sul marito addormentato, sulla sua passione per i concimi… Sui russi strani che non hanno di meglio da fare che rovinarsi gli occhi nel mondo virtuale. Svegliò il marito e lo accompagnò al piano di sopra.
Già passata mezzanotte Anna scese di nuovo in salotto, in pigiama. Non si vergognava di Denis. Del resto in salotto la luce grande era spenta, e la stanza era appena illuminata dal camino che si spegneva.
– Denis, dicevi che hai fatto l’elettricista, – disse Anna e passò nella piccola stanza degli ospiti. Sfiorò con il piede Filipino, e quello ripartì all’improvviso.
– Lavoravo, sì, – rispose Denis.
– Vieni a vedere la presa, – si sentì la voce attutita di Anna dalla stanza degli ospiti.
– Adesso?!
Del resto con lei era inutile discutere: poteva anche avere una crisi isterica. In fondo lo chiamava solo per guardare, la riparazione poteva aspettare fino a domani. E Denis la seguì. E Filipino gli si buttò tra i piedi, come se non volesse farlo passare.
Nella stanzetta era accesa la lampada sopra il letto largo. Anna stava in piedi vicino al letto. Si era già tolta la parte superiore del pigiama. Poi si tolse anche il resto. Si sedette sul letto, si sdraiò sulla schiena, offrendo a Denis la possibilità di guardarla tutta.
La pelle di Anna era bianca. Fianchi larghi, sui grandi emisferi del seno capezzoli minuscoli, che non avevano mai conosciuto la bocca avida di un bambino. Anna aveva una vita piuttosto stretta, cosa a cui Denis non aveva mai fatto caso. Evidentemente tutti quei camicioni, bluse, vestitoni li sceglieva proprio per nascondere il seno abbondante. E aveva nascosto la cosa principale – con quella non c’era gara nel suo corpo – la vita, che può appartenere solo a una donna capace di partorire bambini sani.
– Be’, che stai lì impalato? Vieni qui, – lo chiamò Anna.
Filippino sfrecciò tra le gambe di Denis nella stanza e si mise al lavoro: entrò sotto il letto, poi riemerse dall’altro lato, girando e controllando il pavimento centimetro per centimetro. La sua operosità era così fuori luogo nella stanzetta dove sul letto giaceva una donna nuda.
Anna, sollevando la testa, si appoggiò sul gomito e anche lei guardò l’aspirapolvere – con grande sospetto, socchiudendo un po’ gli occhi… Nel suo corpo Denis notò una certa irregolarità. E capì che non desiderava affatto possedere quella donna, con quei fianchi pesanti alla Rubens, così poco adatti alla vita. Una specie di manuale fallito di disegno hentai.
Anna, riscuotendosi, girò il viso pallido verso Denis, lo guardò con occhi spalancati, quasi folli, e ordinò con rabbia:
– Su!
Filipino, passando lì accanto, parve inciampare: si fermò e fece l’occhiolino a Denis con il suo occhietto verde.
Denis si tolse la camicia, poi i jeans. Capiva che se non avesse obbedito, il giorno dopo Anna avrebbe detto cose orribili su di lui – finché Enzo non lo avesse buttato fuori. Persino l’equilibrato Enzo non avrebbe retto un’altra delle sue crisi di nevrastenia, mal di testa e irritabilità. Passò debolmente il pensiero: «Enzo mi ha dato tetto e lavoro…», ma le gambe lo portarono da sole verso il letto.
Il corpo femminile, profumato di cioccolato, era teso, aveva più energia che biologia e anatomia, e Anna sapeva come usarla, come controllare con quell’energia Enzo e Denis, persino Filipino. Come dominare quel letto, quella stanza, quella casa abbandonata nella dura e arida pianura padana, che ogni anno sprofondava un po’ di più in attesa dell’alta marea marina. Il cervello maschile era impotente davanti a quell’energia…
La mattina dopo Enzo andò a fare il bracciante da un contadino ricco. All’inizio andava da solo a giornata, poi cominciò a portare anche Denis. Lavoravano otto euro l’ora come scaricatori e trattoristi. Si alzavano alle cinque, bevevano caffè, prendevano il cibo in contenitori di plastica Tupperware e partivano con la macchina di Enzo per cinquanta chilometri da Faenza. Tornavano a casa solo alle otto di sera. Nonostante Enzo si tenesse tutto il guadagno, Turov provava rimorsi di coscienza. Si sentiva un traditore, un Giuda, e sognava di andarsene al più presto da quei posti.
Nel frattempo Anna si occupava di allevare conigli. Era riuscita a mettersi d’accordo con il proprietario di una trattoria dove i piatti di coniglio erano molto richiesti e costosi.
A Natale Enzo e Anna lasciarono la tenuta a Denis e partirono dai parenti a Verona. Due giorni Turov li passò da solo, se non si conta il quasi rimbambito vecchio Boscòlo, che bisognava imboccare, lavare, vestire e portare a passeggio.
Quando Enzo e Anna tornarono, Denis, stremato dalla fame di contatti umani, chiese il permesso di andare a passeggiare a Bologna o Mantova.
– Nessun problema, anche domani, – disse Enzo, dal cui viso era evidente quanto fosse felice di essere tornato dai parenti nella sua tenuta. Quella sera i coniugi Fiore lasciarono Denis da solo al piano terra al computer, e salirono in camera loro. E quasi subito a Turov arrivarono sospiri appassionati e il cigolio attutito del letto. Enzo non si era nemmeno curato di chiudere meglio la porta della camera.
«Per loro sono un mobile! – pensò Turov spegnendo il computer. – O un robot senz’anima», – Denis si alzò e diede un calcio rabbioso a Filipino che passava di lì. Si affrettò a uscire verso la vecchia casa.
La mattina dopo il contadino portò il suo operaio a Faenza. Enzo era di ottimo umore. Accese la radio, ascoltava canzonette inglesi e cercava persino di cantare, sebbene con l’inglese avesse grossi problemi.
– A Mantova trovati una ragazza, – consigliò a un tratto a Denis. – Lì ce ne sono tante.
– Sicuro.
Per tutto il viaggio Turov non vedeva l’ora che Enzo sparisse dalla sua vista insieme alla jeep.
Turov intraprese un viaggio a Bologna, dove era già stato in passato, e poi a Mantova.
A Mantova faceva freddo e umido, nonostante i nove gradi sopra zero. Cadeva una pioggerella sottile e fastidiosa, e i pochi passanti, coperti dai cappucci delle giacche o da enormi ombrelli, si affrettavano verso le gallerie tipiche dell’architettura italiana, sparendo nei negozi e nelle pasticcerie, dove in un tempo del genere era bello bere una cioccolata calda. Gli ombrelloni dei caffè-chantant erano chiusi, e le sedie di plastica stavano impilate l’una sull’altra – come colonne verdi curve.
Arrivato nella parte storica della città, Denis vide un afroitaliano che vendeva da un banchetto vari oggetti tutti allo stesso prezzo – cinque euro. Denis comprò un grande ombrello verde e si diresse al museo Palazzo Ducale. Ma nelle gallerie e nei corridoi del Palazzo Ducale faceva freddo come in una cantina. Dopo aver visitato due o tre delle cinquecento stanze del Palazzo, Denis pensò: «All’ingresso dovrebbero dare berretti di pelliccia con paraorecchie!».
Dopo il palazzo, imprigionato dal freddo medievale delle segrete, le strade di Mantova parvero a Denis calde e familiari, e senza accorgersene arrivò quasi fino alla riva del fiume, finendo in un parco deserto, in fondo al quale si ergeva un monumento. Un uomo bronzeo, maestoso come un imperatore, vestito di toga, con il braccio piegato al gomito, tendeva il palmo sotto i cieli piangenti. Denis non arrivò fino al monumento, perché la pioggia si intensificò e sulle strade rossastre, quasi di ghiaia, cominciarono a formarsi pozzanghere.
Per divertirsi un po’ comprò in una tabaccheria un biglietto della lotteria Miliardario. Senza uscire in strada, tirò fuori dal portafoglio una moneta da cinquanta centesimi con l’immagine della zona offshore di San Marino. Portava sempre quella moneta nel portafoglio, sperando che un giorno gli portasse fortuna.
«Meglio se fossi andato a Parma, – pensò Denis, grattando con la moneta la pellicola del biglietto della lotteria. – Lì, nella Galleria Nazionale, a quanto pare c’è una mostra di quadri fantastica». Qui sentì il cuore battere irregolarmente. Tutte e dieci le cifre indicavano un premio di 10 euro. Guardò il biglietto ancora e ancora, e si convinse: aveva vinto cento euro. Era una fortuna!
Ora aveva di che occuparsi: incassare il biglietto e festeggiare la vincita in un caffè o in un ristorante. Perciò, quando il venditore in tabaccheria gli chiese: «Vuole altri biglietti?», Denis rispose con sicurezza: «Soldi».
Per un po’ camminò, cercando un posto per un piacevole passatempo. E ecco, nella parte storica della città gli piacque un caffè letterario – un caffè letterario con il nome «Venezia». Passò attraverso il bar in un ampio arco, dietro il quale c’era una sala molto accogliente, con pareti bianche su cui erano appese fotografie in bianco e nero in cornici quadrate, e stretti armadietti con una collezione di teiere, tazze e piatti regalo.
Denis si tolse la giacca e la appese allo schienale largo, simile a una conchiglia marina, di una sedia di vimini, si sedette e si guardò intorno. Metà dei tavoli era vuota, e in un angolo, sotto un samovar russo che troneggiava su una mensola attaccata al muro, un gruppo di anziane italiane discuteva animatamente di qualcosa. No, stavano solo commentando nel loro solito modo gli sconti delle svendite. Sales, sconti, saldi, shopping – di cos’altro potevano parlare le donne nei giorni prima di Capodanno!
Non somigliavano a poetesse, ma un signore distinto dai capelli grigi, che stava in piedi vicino all’armadio dei libri e cercava qualcosa con impegno in uno dei volumi illustrati a colori, poteva essere uno scrittore o un critico d’arte.
Si sentì della musica, un valzer. L’uomo tirò fuori dalla borsa a tracolla un Siemens, se lo portò all’orecchio e disse in russo:
– Mi hai già fatto gli auguri per l’Anno Nuovo! Festaiolo, chiamami tra una settimana. Sono all’estero, – e rimise il telefono in tasca.
Osservando il connazionale, Denis capì che aveva scelto il posto più comodo nel caffè, nell’angolino vicino all’armadio della letteratura. Vicino al suo tavolo, accanto all’attaccapanni che sembrava un paio di sci legati con lo scotch, su una delle sedie libere c’erano un cappotto corto di panno e una sciarpa bianca.
Quando la cameriera portò al signore il menu e la carta dei vini, e se ne andò, Denis si avvicinò all’armadio dei libri e chiese piano in russo:
– Scusi, sa a chi è dedicato il monumento nel parco?
– Nel parco? – ripeté un po’ confuso l’uomo e guardò chi lo aveva interpellato. Denis notò subito che la montatura tedesca in titanio degli occhiali del signore costava non meno di cento euro.
Denis alzò la mano destra, imitando la scultura. L’uomo rispose con un sorriso:
– A Virgilio. Lo chiamano il Cigno mantovano.
– Lei è uno scrittore?
– No. Ma, come Onegin in Puškin, una volta ricordavo «non senza peccato due versi dall’Eneide»… Scusi la curiosità: anche lei è un turista?
– Io qui lavoro. Mi permetta di presentarmi. Denis. Non vuole sedersi al mio tavolo?
– Ho già ordinato. Quindi meglio lei da me. Qui è molto accogliente, nell’angolino. E mi spieghi cos’è il mascarpone. Perché ho ordinato non so cosa.
Quando Denis si sedette al tavolo del russo, quello si presentò:
– Gurskij, Evgenij Borisovič. Mi occupo di editoria. Sono venuto a vedere se trasferirmi qui per sempre. Vorrei una vecchiaia tranquilla in un ambiente accogliente. Come diceva Aristofane: «Ubi bene ibi patria» – dove si sta bene, lì è la patria. Qui, ammettiamolo, è comodo.
– E in Russia la vita non è comoda?
– Dipende per chi…
La cameriera portò il vino bianco e il risotto «con puntel» – riso con carne fritta. E il mascarpone ordinato prima da Gurskij. Gli uomini brindarono alla conoscenza e si misero a mangiare il risotto.
– Il mascarpone è un formaggio. Sembra una crema, si può spalmare sul pane, – spiegò Denis. – Si fa con la panna di bufala.
Gurskij assaggiò il mascarpone, schioccò le labbra e con la mimica mostrò che il sapore del prodotto era eccellente.
– Qualsiasi Romeo qui ingrasserebbe di sicuro e si dimenticherebbe di Giulietta.
– Con quello si fanno ottimi dessert, – disse Denis, alludendo garbatamente che il mascarpone andava mangiato alla fine del pranzo. – Lei dice che qui è comodo. Dipende da che punto di vista. Io qui ci ho vissuto un paio d’anni… In Russia è meglio.
– Sul serio? – chiese Gurskij, divorando il risotto con appetito. – Mi permetta di non crederle.
– Può non crederci. Le prime impressioni si attenuano in fretta. E la gente si intontisce. All’inizio si va in estasi per gli aromi locali, come una signorina. Ah, che meraviglia il pane italiano! Profumato, di forme diverse, c’è persino a forma di stella marina. E che dire dell’insalata con fichi e prosciutto!.. A me è andata bene: mi sono sistemato da un contadino, Enzo. Lavoravamo dall’alba al tramonto. E la sera – niente comfort: cena e a letto. Mentre in Russia il comfort significa ancora un lavoro che piace, anche se i soldi sono pochi. Le ferie – con i cammelli in Egitto o con i bracconieri sull’Achtuba.
– Ecco come lei intende il comfort, – Gurskij cercò di sorridere.
– E allora? Una giacca decente, che non si sporca, e soprattutto economica, come in Italia! Gli anziani hanno la pensione… be’, almeno una. Il venerdì a casa di corsa. La tivù – come un thriller in diretta. Sul divano – il gatto o, in gabbia, il porcellino d’India. La dacia – per lavorarci e non solo. Weekend, shashlik al fiume, amici.
– È da tanto che non torna in Russia, – notò Gurskij. Spinse via il piatto con il risotto avanzato. – A Mosca ovunque vai, chiunque chiedi – tutti hanno problemi. Crisi. Come diciamo noi: sovrabbondanza di personale in condizioni di salari bassissimi. E Enzo, probabilmente, prospera.
– È fallito. Per questo pulisce la merda in una fattoria altrui, a otto euro l’ora. Insieme agli albanesi di passaggio. – Dei suoi viaggi a giornata con Enzo Turov non parlò.
– Vede, giovanotto. Tutto quello che vediamo oggi è il risultato della cosiddetta economia globale. E la Russia ne è colpevole anche lei.
– E la povera Russia cosa c’entra?
– Quanta gente è arrivata qui da tutti i paesi e villaggi. Conta solo le donne! Ho sentito che solo in questa provincia ci sono settemila ucraine.
– Le donne non sono pesche, – notò Turov.
– Giusto. Ma tra loro ce ne sono di energiche a palate. E poi hanno fatto venire qui i loro uomini – lavoro per tutti! Ex presidenti di kolchoz hanno comprato pesche in Cina, le vendono in Italia, e portano i capitali in Russia. Ecco a voi «Wimm-Bill-Dann», e Parmalat. E il porto di Rimini, che ha comprato Vitja Veksel’berg. La produzione del piccolo contadino Enzo può reggere una concorrenza del genere? La politica, amico mio, è coinvolta, non si sfugge…
Per un po’ Gurskij tacque, aspettando che l’interlocutore dicesse qualcosa. Poi aggiunse:
– Se qui per lei è insopportabile, vada meglio in America. Lì molti dei nostri lavorano nel commercio.
Denis, che su Internet chiacchierava con emigrati di vari paesi, sorrise e cominciò a raccontare:
– Una ragazza negli Stati Uniti lavorava come cassiera, in un supermercato. Lì è normale la sera mettere i soldi in una cassetta coperta da plastica adesiva, e nessuno alla fine della giornata conta i dollari. E la mattina presto, prima del turno, arriva un altro cassiere, controlla e scrive un biglietto sulle mancanze. Per la mia conoscente è stato un incubo. È durata solo sei mesi, poi si è licenziata. E si è sistemata in un negozio di abbigliamento. Lì, in apparenza, il sistema è ottimo. La sera tardi, dopo la chiusura, si stampa un report di tutte le transazioni, carte di credito, scontrini e contanti. Conta, inserisci il numero di centesimi, dollari, banconote da dieci, venti e così via, e poi si stampa un nuovo report che serve per il confronto dei bilanci. In presenza del manager e, naturalmente, con i report prodotti dal computer. Sembra un sogno! Ma non proprio. Come è venuto fuori, la direzione praticava la rotazione dei cassieri, cioè ne cambiavano quattro o cinque al giorno dietro la cassa. E tu poi tremi come una foglia, contando sulla correttezza dei colleghi. Insomma, un altro baratro.
Denis da tempo non parlava con nessuno di questi argomenti, quindi, vedendo in Gurskij un ascoltatore attento, parlava e parlava, e non riusciva a fermarsi:
– E le ferie dei commessi americani sono poche. Bisogna lavorare cinque anni in una compagnia per guadagnare tre settimane di ferie, altrimenti sono solo due. Durante le ferie pagano solo per i cinque giorni. Le malattie di solito – sette giorni all’anno. Se non le usi, spariscono. Vengono pagate come le ferie: un po’ meno dello stipendio di una settimana piena. L’assicurazione sanitaria è cara, ma copre il novanta per cento dei costi medici. Senza assicurazione – peggio non si può: una corona senza assicurazione – mille dollari buttati!
– A Mosca anche con l’assicurazione dai mille per una corona, – si animò Gurskij. – Ma… noi siamo in un caffè letterario, e parliamo di soldi. Non va bene. Peccato che qui non mi sia scesa la musa. Avrei composto una fiaba.
– Su cosa?
– Sulla Russia contemporanea, naturalmente. E la fiaba comincerebbe così: «C’erano una volta nel bosco oscuro Friske, Deripaska e Pisanka*…». (*conduttrice televisiva, editrice, attrice note all’epoca)
I due scoppiarono a ridere. Poi alzarono i bicchieri e li fecero tintinnare, attirando l’attenzione degli altri clienti. Bevendo il vino dal bicchiere, Denis chiese:
– Non risulterebbe troppo glamour?
– No, cosa dice! Il glamour è l’idea che ha il volgo della vita lussuosa… Mi scusi la domanda indiscreta: lei, Denis, va in chiesa?
– Certo, ci vado… Raramente. Di recente alla comunità ortodossa hanno dato un edificio di una chiesa cattolica.
– Forse è anche bene che sia raramente.
– Perché?
Gurskij non rispose subito.
– Non posso rispondere brevemente a questa domanda. In questo caso, la brevità è sorella del tarantola! – Gurskij rise del suo calembour. – Parliamo d’altro per ora. Le servono soldi, vero? E a me serve un assistente sveglio che sappia l’italiano. Le propongo una sorta di partnership. Mi aiuterà a comprare una casetta economica in paese. Si accordi con Enzo per tre giorni di ferie. Prenderò una macchina a noleggio. Diciamo, duecento euro le vanno bene?
– Quattrocento.
– Fermiamoci a trecento.
Denis pensò poco:
– Più il vitto, – precisò. – E tenga presente: a nessun emigrato russo piace la cucina italiana. Con Enzo e il suo barbecue mi è andata bene.
Quando Denis tornò in paese e chiese a Fiore di lasciarlo per tre giorni, Enzo reagì alla richiesta del suo operaio con disappunto e un’inaspettata diffidenza. Cercò di scoprire se l’operaio si fosse innamorato di qualche ucraina. Turov provò a raccontare di Gurskij, ma vide che Enzo non credeva a una sola parola.
– Abbiamo tanto lavoro, – disse Enzo, accigliato, e rifiutò categoricamente la richiesta di Denis.
Saputo dalla telefonata che Denis non poteva aiutarlo in nulla, Gurskij si rattristò, ma subito si calmò e disse:
– Lei, Denis, dovrebbe comunque prendere un’istruzione. Non importa dove, in Russia o in Italia, ma studi assolutamente. Il mio consiglio – si iscriva all’università. Provi la fortuna! Come si dice, se non mordi la noce, non lamentarti della povertà.
La mattina dopo, quando Turov dopo la doccia tornò in camera avvolto nell’asciugamano, vide Anna. In biancheria intima – aveva occupato il suo letto. E stava seduta in una posa molto libera – con una gamba piegata sotto l’altra, così che le ginocchia erano ben divaricate. Vedendo Denis, Anna si alzò, gli si avvicinò e lo abbracciò. Il suo corpo caldo, la pelle morbida – tutto profumava di uva. Quei suoi odori mutevoli facevano letteralmente impazzire Turov. Chiese:
– Che profumo è?
– Ti piace?
– Molto.
– Creme di San Marino.
Con avidità possedette Anna, senza nemmeno pensare che il vecchio nella stanza accanto si era sicuramente svegliato.
…Quando si alzò dal letto e cominciò a vestirsi in fretta, scoprì sul tavolo il risotto, i panini e la carne preparata il giorno prima sul barbecue.
– Questo per lei e Boscòlo a pranzo, – spiegò Anna, alzò le braccia e si stiracchiò sul letto come una gatta sazia. Poi, come in dormiveglia, sussurrò con un sorriso: – Anche le nobili cause hanno un prezzo.
– Nobili? – precisò Turov, un po’ perplesso.
– Così mi è venuto in mente…, – si alzò e, senza fretta, cominciò a vestirsi.
– Interessante, cosa?
– Come volevo prendere un bambino dall’orfanotrofio. Prima da quello italiano, poi mi sono messa in contatto via Internet con l’Ucraina. Ma è venuto fuori che anche le nobili cause hanno un prezzo… Immagina, Enzo ha saputo la cifra e dice: «Ti sei sbagliata, hai chiamato un gioielliere. Un neonato non può essere fatto d’oro a 750 carati», – a Denis parve che le ultime parole le avesse dette con una rabbia sibilante. – O forse non è colpa del nonno-chimico. Forse è colpa di Enzo. Tu che ne pensi?…
In quel momento si sentì un forte colpo di tosse da vecchio, e la porta si spalancò. Nella stanza, dritto sulla mezza nuda Anna, guardava Boscòlo.
Turov prese le sigarette dal comodino e, voltandosi verso la finestra, accese, aspettando che Anna uscisse dalla stanza e la terribile situazione si risolvesse da sola.
Dalla finestra vide Anna attraversare in fretta il cortile e sparire nella casa nuova. Dietro di lei, appoggiandosi pesantemente al bastone, arrancò il vecchio Boscòlo. Di cosa parlarono poi in casa, era facile indovinarlo.
Tutto il giorno Denis aspettò che Enzo venisse da lui con il fucile, o lo chiamasse per la resa dei conti. Ma Enzo lo chiamò a lavorare in giardino. E di nuovo potarono i rami. In due. In silenzio. Denis lavorava apposta in modo che il contadino fosse sempre nel suo campo visivo. «Mancava solo che mi infilasse le cesoie nel fegato», pensava Turov.
Passò una settimana, un’altra. Nessuno disse a Denis una parola cattiva. Anna non venne più nella sua stanza. Verso metà febbraio Boscòlo si ammalò del tutto, quasi non si alzava dal letto e per andare in bagno camminava lungo il muro, a cui Denis aveva avvitato apposta delle maniglie.
Una sera Turov, dopo aver imboccato il vecchio con il cucchiaino, uscì in cortile e vide Enzo, che stava davanti alla casa con una bottiglia di birra e guardava le stelle, spuntate sopra il frutteto di pesche immerso nel buio. Era insolito per un italiano – bere birra d’inverno all’aperto.
Sentendo i passi dell’operaio, Enzo, senza girare la testa, chiese:
– Hai mai visto i peschi in fiore?
– No.
Denis si mise accanto al contadino e guardò anche lui il cielo. Bassa sull’orizzonte brillava una stella azzurrognola.
Enzo bevve un sorso di birra e, sempre senza guardare l’interlocutore, disse:
– Peccato. È ora che tu te ne vada.
Turov per un po’ guardò la stella, che a Denis parve familiare… Sì sì, ne aveva vista una simile da bambino, nella natia Lotošino. Una volta fino a mezzanotte aveva guardato le stelle dalla finestra, perché quel giorno festeggiavano il compleanno di Denis, e il padre gli aveva regalato un piccolo cannocchiale. Il padre gli aveva anche detto: «Se viaggerai, ti servirà per non perdere di vista la casa».
– Addio, Enzo di Faenza. – Denis sentì di nuovo la rabbia.
– Non ora, – la voce del contadino tremò, o solo parve a Denis? – Domani mattina avrai il saldo. Completo, senza trattenute. – Nella voce di Enzo non c’era un briciolo di emozione.
Denis guardò dalla finestra illuminata del salotto e vide Anna, vestita con un abito molto ampio. La padrona stava davanti allo specchio e per qualche motivo sporgeva e accarezzava il suo ventre. Ai suoi piedi l’aspirapolvere tracciava cerchi da strega.
Denis Turov fu preso da un brivido, poi da un calore. Il forte desiderio di afferrare il contadino per la gola riuscì a reprimerlo con grande sforzo.
– Siamo tutti qui… filippini! – mormorò, rivolto alla stella azzurrognola.
Poi, con le gambe irrigidite, si diresse verso la vecchia casa. Bisognava prepararsi alla partenza.
***
Quando non c’è pioggia e la solita nebbia fitta di inizio gennaio, le albe di Capodanno dell’Italia settentrionale sono fresche e trasparenti. Nell’aria umida, pesante per un russo, pende una luna quasi piena e chiara. Le basse montagne, che la sera si inseriscono dolcemente nell’orizzonte giallastro, al mattino si stagliano nettamente su uno sfondo rosa tenue del cielo. Nelle tenute sparse tra i campi e i frutteti della provincia, in quella sua parte che si chiama Romagna, regna un silenzio perfetto.
Alle otto del mattino all’improvviso suonano le campane sulla piazza del paese più vicino, e quel suono, delicato, come se gli orologi temessero non solo di svegliare le persone che si arrabbieranno e faranno denuncia in questura, ma anche di offendere la natura. Ma i contadini, che all’inizio dell’anno hanno meno lavoro, si alzano comunque presto per abitudine.
È inverno, ma la neve non si vede da nessuna parte. Se in una giornata di sole si guardano le magnolie verdi, si osservano le loro foglie carnose e lucide, si può pensare – è primavera, o magari l’estate è al culmine.
In giorni come questi Enzo Fiore siede in salotto sul divano, di fronte al camino, legge «Ravenna» o, assopendosi, osserva i pirovetti di Filipino, il cui guscio rotondo sembra fluttuare sopra il pavimento, urtando gli oggetti e ruotando intorno al proprio asse.
In uno di quei giorni nella tenuta arrivò una tortora grigia simile a un colombo. Si posò sul tetto della casa nuova e cominciò a tor torare forte, come per chiamare gli abitanti della zona a comunicare una notizia importante. E nella sua voce Enzo sentì chissà perché le intonazioni di Anna.
La mamma diceva che quell’uccello porta il caldo dalla Calabria. Certo, la mamma si sbagliava. Dalle osservazioni di Enzo, la tortora porta ospiti nella tenuta. Ecco, prima dell’arrivo dell’operaio russo era volata anche quella tortora, con le macchie nere e grigio-azzurre a «specchietti» sul collo. Stava sulla magnolia e tubava basso, sordo… «Senza dubbio, la tortora porta ospiti alla fattoria, – pensava Enzo. – E nuova vita. Sì sì, nuova vita. Questo è certo».
