“Gocce di Byron” romanzo.

20 Giugno 2023

By A.Gracheva& Filippova P.

La paura è un male che non conosce tempo

Un giallo con elementi mistici, leggeri come le ombre nel giardino di un teatro, una storia ambientata nell’Italia contemporanea che lascia nel lettore una leggera scia di nostalgia per i personaggi di questo libro e il desiderio di riflettere sulla vita e forse anche di cambiare qualcosa in essa… Il libro è dedicato ai miei amici delle gloriose città di Reggio Emilia e Modena, e ovviamente alla costa ligure d’Italia. Che non ci sia mai paura nel vostro amore…



autori del libro:

Anastasia Gracheva e Polina Philippova

Prima parte

Capitolo 1. Il caldo venerdì mattina

Giovanni aprì la finestra e sentì i raggi ultravioletti cauterizzargli istantaneamente la guancia sinistra. Venerdì 1 luglio.

Strizzò gli occhi come per pensare a cosa avrebbe potuto fare per arrivare a sabato o addirittura a domenica, ma ,ahimè, dovette ammettere la sua impotenza in materia devi specificare che materia e andare avanti con gli affari. La città brulicava sotto il sole di luglio, con le bandiere italiane appese ai balconi delle case, dando un particolare piacere agli automobilisti bloccati nel traffico: la squadra di calcio italiana aveva battuto gli spagnoli pochi giorni prima, ed era bello ricordarlo.

Giovanni uscì dall’autostrada e si diresse lungo una strada di campagna verso un grande negozio di piante che incombeva sul campo di grano. Il tempo stringeva, ma l’accordo con il negoziante era più importante: conosceva il padre di Giovanni e sarebbe stato brutto deluderlo.
Non c’erano clienti nel negozio a quell’ora, il fresco profumo di camelie, le statuette di porcellana in vetrina sorridevano familiarmente al vuoto.

-Ho sentito parlare della tua pianta”, disse il fiorista con un sorriso asciutto. – Posso procurartela senza problemi. Ma la consegna costa parecchio e dovrai pazientare molto tempo prima che arrivi.

Giovanni sorrise al negoziante come un bambino a Babbo Natale in un supermercato. Fece una pausa teatrale e quando il volto del fioraio si addolcì disse con tono sommesso:

-Se siete sicuri che è quello che voglio ditemi il prezzo! Sono pronto a pagare!

Dopo qualche minuto il negoziante guardo’ Giovanni con disapprovazione. Lo vide attraverso la porta a vetri mentre raggiungeva di tutta fretta la sua auto eurtava un ragazzo che indossava un casco da moto.

Si mise subito a chiacchierare con lui, come se si fosse dimenticato di avere fretta. * Il fiorista scosse la testa e ricordo’ il padre di Giovanni, che dolore sapere che il suo unico figlio fosse così un “buono a nulla”.

Quarant’anni ed e’ come un adolescente, non cresce mai, e quello che gli era successo ne era la prova.Tuttavia aveva abbassato il prezzo con abilità, era scaltro per il mondo degli affari.”

Dal fascicolo del caso penale:

Non avrei mai pensato di prendere in mano un diario, non sono più un’adolescente insicura, dopo tanti anni di felicità, dopo quella certezza di essere una donna felice, una moglie… Ecco, ora mi ricordo quanto è stato bello il giorno del nostro matrimonio! Era il suo compleanno: Giovanni voleva a tutti i costi sposarsi nel giorno del suo compleanno. E poi, il nostro viaggio di nozze.

I delfini! Questo era il mio sogno. Il sole, il mare, un viaggio di nozze e i delfini con cui nuotare. È stato il momento più felice della mia vita. Giovanni era così bello nel suo abito, tutti erano così felici per noi, amici, genitori

E ora se ne va. Sento i suoi passi. Così maschile, esattamente i passi che adoro. Scendendo le scale, sento scattare la serratura della porta. Giovanni finge di andare in caserma, ed io fingo di dormire…

E mi ha baciato.. Però senza guardarmi negli occhi. Sembra che mi baci delicatamente, come al solito, ma guarda verso l’angolo della stanza, come se vedesse qualcuno lì… È buio, ma posso vedere dove guarda quando mi bacia. So, quando mi sta mentendo.
All’inizio c’erano dei sospetti, ma ho cercato di non farci caso. Tutto è nato per caso. Ho trattato il mio dente diverse volte, senza alcun risultato. Un mese tutto bene, poi di nuovo dolori. Ho cambiato tanti medici. La mia amica Katia mi ha dato il numero di telefono di una clinica e mi ha raccomandato il medico. Il dottore era così gentile, un uomo anziano, e continuava a guardarmi negli occhi con amore… È stato divertente… Pensai in quel momento che tutti gli uomini sono uguali … E poi il medico fu chiamato da un’altra stanza…

Mi fa un occhiolino civettuolo ed esce.
-Chi è? – chiese complottisticamente un giovane assistente a qualcuno altro, che non potevo vedere dalla sedia.

È quella donna, l’amante del suo amico. Una voce di donna rimbombò dall’altra parte del corridoio:l’amante del pompiere Rosa.

Ho sentito un brivido improvviso dentro di me…
-Rosa è il suo nome o il suo cognome? L’assistente ridacchiò.

Rosa è il cognome, Giovanni Rosa…
Una conversazione ascoltata per caso e il mio mondo si è capovolto. Come tutto può cambiare in un minuto… Mentre aspettavo il dottore, due infermiere discutevano su come quel bel pompiere di Giovanni avesse portato la sua amante a farsi curare i denti da un medico di sua conoscenza. Ho continuato a sperare fino all’ultimo che fosse solo una coincidenza. Ho pensato che si trattasse di un altro Giovanni. Poi hanno iniziato a ridere e non ho potuto fare a meno di guardare fuori dalla finestra. E l’ho visto. Era il mio marito. Accanto a lui c’era una ragazza con un berretto rosso acceso. Così strano… un berretto come quello del secolo scorso, il viso pallido e persino bianco… Ho avuto la nausea… Lo guardai salire in macchina, lo guardai sorridere a quella donna… Sorrideva così solo a me”

Capitolo 2 “Forza”

Avete mai lavorate di venerdì?.. Presumo di sì.. Per tante oerso il venerdì è il giorno preferito della settimana. Soprattutto durante l’estate.. Fù così anche per gli. Impiegati della compagnia logistica “Forza”. Fù venerdì ..La brezza marina sembrava arrivare in ufficio dal sabato, ribaltando tutte le leggi della fisica. Di norma, tutti i venerdì seguivano lo stesso schema, con la simpatia reciproca che regnava in ufficio fino alle tre di pomeriggio, con i colleghi che si scambiavano battute e condividevano i piani per il prossimo fine settimana mentre mandavano un altro container a lavare i fianchi nell’oceano. Dopo quell’ora, però, la situazione cambiava e le ultime ore scorrevano tra recriminazioni e battibecchi reciproci, mentre la brezza marina richiedeva una vacanza per tutti, ma alcuni dovevano rimanere in un ufficio soffocante fino a tarda notte.Francesco, un ragazzo dai capelli rossi e dal viso particolarmente infantile, fece uno sghignazzo espressivo, sospirò, fissò uno dei monitor sul tavolo e cominciò ad arrossire vistosamente. Anna, che era seduta di fronte a lui, sapeva che questo era il modo in cui il collega arrossiva per la rabbia repressa. La sua educazione gli impediva di alzare la voce e di esprimere apertamente il suo disappunto, e così tutte le emozioni andavano al colore della sua pelle. Le dispiaceva un po’ per lui. Responsabile e nervoso, già dal mattino si era reso conto che la giornata lavorativa sarebbe stata particolarmente lunga per lui e teneva il broncio a tutti e a tutto. Era “il cocco” della direttrice, assunto da un conoscente molto serio. Anna sospirò invidiosa: anche lei desiderava essere la protetta di qualcuno o avere un milione sul proprio conto. Ma, ahimè, tutto doveva essere fatto da sola e finora senza molto successo.Il personale continuava ad entrare in ufficio: i giovani assonnati e pallidi dopo una notte fuori, le ragazze apprendiste belle e curate, tutte in jeans nonostante il caldo intenso, i direttori commerciali eleganti e arroganti con i caschi da moto in mano e gli addetti alla logistica della vecchia scuola. Tra questi ultimi c’era una categoria di donne sposate con le figure di giovani spose e lo sguardo di un cobra, e uomini impetuosi in abiti semi-sportivi fuori moda. L’ultimo a volare, come il dio Ermes, è stato il capo delle operazioni Cesare: il suo volto era teso e aveva una balestra che spuntava da dietro la schiena. Naturalmente imballata e con un permesso di trasporto appuntato, ma comunque era una vera balestra. Anna pensò che sarebbe stata una buona idea denunciare all’Ispettorato del lavoro l’uso delle armi in ufficio, e assaporò l’idea. E Francesco ha scherzato: “Vivat Robin Hood”, e subito si abbassa spaventato contro la scrivania con un sorriso ebete e le guance incipriate. Spaventato. Guardò di soppiatto il suo collega: spalle gonfie, camicia in stile militare, sguardo serio, sarcasmo nel sorriso. “Non è così semplice come sembra, e dovremmo stare attenti con lui”, pensò.Cesare allontanò la balestra e spiegò a malincuore ai subordinati ridacchianti: la sua figlia ha una gara di tiro stasera.Quando le lancette dell’orologio si avvicinarono alle undici, il personale, uno dopo l’altro, saltò fuori dai propri posti e si affrettò a fare una pausa di cinque minuti, chi per fumare, chi per prendere un caffè. Anna si agitava con impazienza sulla sedia, in attesa dell’amica, la contabile. Francesco ha fischiato un internazionale.- Quindi, stakanovisti, non bevete nemmeno il caffè? – alla porta si affacciò una giovane donna, di cui era difficile indovinare l’età a causa del trucco spesso e del tetro abbigliamento gotico.- Ciao, Veronica, – la salutò freddamente Francesco, senza staccare gli occhi dallo schermo del computer.Anna si alzò frettolosamente da tavola e insieme con Veronica andò nella cucina dell’ufficio a spettegolare.Anna guardò pensierosa fuori dalla finestra l’orizzonte collinare spezzato e pensò tra sé e sé: “Come fa Veronica, questa giovane ragazza a continuare a vivere qui, quando tutta la sua famiglia è tornata da tempo nel sud del paese? Cosa l’ha spinta a rimanere qui, nella Bassa Padana, lontano da tutte le bellezze italiane. Sì, l’Emilia era abbastanza bella d’estate, soprattutto se si andava in montagna, ma l’autunno con le sue nebbie inquietanti e l’inverno con i suoi venti penetranti e l’umidità che ricopriva di muffa anche i muri delle case più recenti, come avrebbe potuto scambiare il sapore salato della calda aria napoletana e l’azzurro del mare per questo…?Veronica si accese rapidamente una sigaretta, che era categoricamente vietata, ma dopo due boccate la gettò fuori dal finestrino e disse:- È quello che mi ha detto Giusi in faccia: “Non sembri affatto un invalido… Avrai pagato per entrare nella categoria protetta”. Riesci a crederci? Da allora la chiamo Diavolo. Anna distolse involontariamente lo sguardo, pensando che lei al posto di Veronica probabilmente non avrebbe accettato di lavorare qui.- Quando la direttrice ti parla in questo modo, cosa puoi aspettarti da lei? Ogni giorno ci esamina da capo a piedi noi, le nostre borse, le scrivanie, – continuò Veronica, mentre Anna fissò involontariamente le sue tempie rasate. – Ho capito subito che era inutile sperare in un atteggiamento normale, – ha sbottato Veronica. E Anna si sentì triste. Pensava che prima o poi sarebbe successo qualcosa a questo posto, quindi era meglio cercare qualcosa adesso… E di nuovo tutto: il curriculum, il colloquio in un ufficio soffocante, dove in realtà c’erano due disoccupati: Anna stessa e lo statistico dell’agenzia di reclutamento che conduceva il colloquio…- Finché la direttrice è Giusi, tutto è molto imprevedibile.. E ti assicuro che lei rimarrà a comandare per un sacco di tempo ancora, – come se leggesse i pensieri di Anna, Veronica sorrise amaramente e aggiunse. – Anche se è vecchia.Anna rise in silenzio e osservò a bassa voce:- I diavoli non invecchiano!

Capitolo 3. Gocce di memoria

L’ufficio del Forza era in fase di ristrutturazione. Giovanni si è messo in piedi con sicurezza su una scala alta e ha riparato il cablaggio. Diversi suoi colleghi stavano iniziando a dipingere le pareti. Nonostante un certo disagio, si sforzò di fare bella figura al suo posto: c’erano donne in ufficio. Anna notò i suoi sforzi e cercò di ingoiare il groppo di risentimento che le salì subito alla gola. Nel frattempo, Giovanni la fissava furtivamente: un ciuffo regalmente alto di capelli scuri con un elegante fermaglio bianco davanti e frangia scura fino alle ciglia. “Una bella ragazza, immagino”, pensò tra sé e sé. – però vestita troppo elegante” Anna si alzò e raggiunse all’entrata una ragazza bionda, vestita di nero selvaggio, con le tempie rasate e lunghi riccioli bianchi sulla nuca. “È il genere di satanisti che si aggirano di notte nei cimiteri, ed è anche una donna”, – sorrise Giovanni e… guardò la schiena dritta di Anna, che si ritrasse elegantemente verso la cucina. E da qualche parte dentro di lui cominciò a premere qualcosa di così nostalgico, gli venne in mente una canzone, una vecchia canzone, una canzone del sud… La passeggiata… – c’era già stato tutto: lo scoglio, il mare, la maglietta blu con i volant… La brezza marina l’ha fatta balenare e poi è sparita dalla sua memoria. La ragazza gli ricordava qualcuno, ma chi? Giovanni esita, ma si aggrappa e comincia a scendere lentamente le scale.- Ti senti poco bene? – Giovanni sapeva a chi apparteneva quella voce invadente, aveva incontrato spesso Francesco  fuori dall’ufficio di Forza: a una partita di calcio, o semplicemente per strada, o al Kebab turco. Gli piaceva: aveva una laurea, era atletico e rispettava il calcio. Se Giovanni avesse un figlio, lo crescerebbe in modo tale che lo sport non manchi, una squadra di amici, partite di calcio la domenica, e lui – in prima fila con gli altri genitori… L’ultimo pensiero in qualche modo premeva pesantemente sul suo petto, come se qualcosa dentro di lui volesse scoppiare. Giovanni si sentiva così nauseato, così insopportabile, così disperatamente triste, che voleva andare da qualche parte, correre via da qui… – Sembri assonnato, forse è l’odore della vernice”, – Francesco diede una pacca sulla spalla a Giovanni. – Caffè, forse?- Grazie, non bevo caffè, ho dei problemi con il sonno – rispose Giovanni molto seriamente. Francesco tossì delicatamente e osservò che c’era un’intera gamma di tè naturali biologici.Giovanni lo seguì  in cucina, che fungeva anche da mensa per il personale in pausa pranzo. Nel corridoio Veronica li incontrò:

– Dio! Non si può respirare lì dentro, è impossibile stare lì dentro! L’odore della vernice è impossibile. – Fece un respiro profondo e le sue sopracciglia nere come il carbone si alzarono.

– Potrei morire per una crisi epilettica, tra l’altro sono anche allergica! Dillo al tuo caposquadra. Guardò Giovanni con aria di sfida, in quanto fonte di questo problema, ma, non aspettando alcuna reazione, si affrettò a raggiungere il posto di lavoro. Anna, nel frattempo, camminava lentamente e senza far rumore, come se nel corridoio non ci fosse nessuno. Nella mano destra faceva roteare un telefono cellulare.Giovanni la seguì con lo sguardo, scuotendo autonomamente i pezzi di bianco dai guanti, e pensò con fastidio che il suo sguardo indifferente fosse artificioso e quindi privo di significato. Poteva non piacere a una donna…? E pensava anche che Anna sapesse con certezza che lui la stava guardando in questo momento. Lei lo sa, ma non si volta. Ma Francesco si voltò e si bloccò, come un segugio a caccia, intuendo la preda. Giovanni lo guardò confuso. Francesco sorrise comprensivo e fece anche l’occhiolino, aspettandosi chiaramente una conversazione intrigante.

– Ciao James! – Si è sentita la voce gioiosa di Anna. Giovanni si girò e anche di profilo, da lontano, vide che lei era semplicemente raggiante di gioia. Il giovane in abito elegante le parlò rapidamente in inglese.

– Questo è James, il capo della delegazione australiana. Un grande capo, – osserva Francesco con un sussulto nervoso, e poi aggiunge più forte e più sorridente:

-Sì, le donne sono molto più facili da organizzare nella vita e nel lavoro.  Picchietta nervosamente con le sue scarpe appuntite stilizzate, con un sorriso gelido sul volto. Aveva in mano una tazza con un orsetto di Natale rosso.  “Una generazione di pavoni effeminati”,- pensò Giovanni indignato, e all’improvviso si sentì insopportabilmente soffocare, sembrava che il ticchettio delle tastiere fosse aumentato, e tutti gli impiegati lo guardavano con indignazione, e persino le pareti sembravano essersi mosse. Guardandosi intorno impotente, si precipitò in cucina, urtando l’angolo della scrivania.         

Dal fascicolo del caso penale:              

“È strano come il tempo a volte cambi tutto. Ricordo quando aspettavamo il nostro bambino. È stato il momento più felice della nostra vita. A partire dalle due linee del test. La mattina l’ho messo sul comodino di Giovanni. Com’era felice quando si è svegliato. E poi le eterne e divertenti discussioni su come dipingere la cameretta. Per la scelta della carrozzina, occorre sicuramente una carrozzina con un buon fondo rigido, buoni ammortizzatori e freni. È stato come comprare una Ferrari.E poi è nato Ciro. Giovanni andava con lui giorno e notte. Il papà più responsabile. E ora, periodicamente, non lo nota nemmeno, è tutto nella sua testa.Quanto è difficile vedere tuo marito seduto al tavolo accanto a te e vedere che è lontano e, a volte, con un sorriso sul volto che chiaramente non è destinato a te. Cosa spinge gli uomini a tradire? Quando le cose sono cambiate? Cercando di fare ammenda, regalando fiori, doni, credendo ingenuamente che lei non si accorga di nulla. Ma faccio finta che tra noi vada tutto bene, sono calma e amichevole, come una donna saggia e sicura di sé. Sto facendo tutto bene, sto facendo tutto!!! Ho organizzato un viaggio in Austria. Solo noi due. Il bambino è stato lasciato ai genitori. Era straziante vedere questa creatura indifesa così simile a suo padre. Gli stessi occhi. E lo stesso sguardo dolce e vellutato. Come se Giovanni stesso guardasse attraverso i suoi occhi. Alla fine, proprio come quando ci siamo conosciuti, siamo andati in montagna insieme… Ma non è stato così. Ama molto i paesaggi del Tirolo e dell’Austria. Questa volta si guardò intorno con indifferenza e volle andarsene dopo mezz’ora. Quell’antipatico: “andiamoooo?”.

E un gesto così strano e cattivo, un gesto che non avevo mai visto da lui prima. Da chi l’ha presa?

In realtà, nel casinò era come se fosse sbocciato, tornato in sé: animato e chiacchierone. Volevo disperatamente abbracciarlo e baciarlo. Lui osservava con interesse gli interni. O forse stava guardando le donne… Era la prima volta che vedevo, o forse dovrei dire la prima volta che notavo, che guardava le donne. È stato contento di vedere una cameriera in abito nazionale. La ragazza guardò Giovanni a bruciapelo con i suoi insoliti occhi neri. E Giovanni la fissò senza battere ciglio. E sorrise…Ed io volevo prenderla per le spalle e scuoterla più forte che potevo, e poi gettarla dalla finestra come una bambola inutile, o gettarle addosso un piatto bollente in modo che tutti potessero vederla contorcersi dal dolore, coprendosi il viso con le mani… O picchiarla con i piedi gridando selvaggiamente – che era mia! E chiunque tocchi ciò che è mio morirà… Dio, cosa c’è di sbagliato in me? Sto impazzendo…”

Capitolo 4 Pizza australiana.

Dal fascicolo del caso penale:

“.. Da qualche giorno non prendo questo diario in mano… Ho parlato a mia madre dei miei sospetti. Mi disse: “Oh, sono tutti porci e tradiscono tutti”. E poi che avevo un figlio e dovevo pensare prima a lui, non ai miei sentimenti: “Quando Ciro avrà diciotto anni, otterrete il divorzio, tutto qui. Nel frattempo, sopportatevi e basta. Gli uomini lo fanno a volte. Bisogna tenere unita la famiglia”..

Ciro è un bambino così fragile, sarà un grande trauma per lui, soprattutto perché vuole tanto bene a suo padre”… E come se non mi volesse bene? O è mio marito che non mi ama? Probabilmente nessuno mi ama, odio tutti, anche mia madre non si cura di me… Non le importa di me, vuole solo una facciata, una famiglia, una figlia di successo. Perché io dovrei tenere la mia famiglia, e Giovanni, non dovrebbe tenere anche lui la sua famiglia? Non ha vergogna né coscienza a cui ricorrere. Perché solo le donne devono mantenere la propria coscienza? Perché solo le donne sono disposte a fare qualsiasi cosa per i figli? Odio tutti, li odio tutti. Tutti bugiardi e codardi… Sorridendo e aspettando il momento giusto per ingannare o tradire…”

– Bene, questa è una pizza vegetariana e vegana. Non confondetevi”, – il pizzaiolo distribuiva con cura le scatole di triangoli gonfi di pizza su un enorme tavolo. – Le pizze qui sono normali, classiche. Tutto come da vostra ordinazione, ci sono i nomi sulle scatole.

Martina si appoggiò rilassata sul davanzale della finestra e osservò con piacere il questo ragazzo giovanissimo e un po’ buffo po attraverso le folte ciglia. Poi guardò fuori dalla finestra e si sentí felice sotto il sole italiano che anche attraverso il vetro le friggeva i riccioli. Lei ora é una bella giovane donna di successo… “What else? “

– Martina! Bene, finalmente”, – la direttrice si avvicinò a Martina a piccoli passi e le diede una pacca sulla spalla incoraggiante.

– Com’era l’Australia?

Martine sorrise modestamente e rispose a Giusi con una o due frasi, ben preparate per l’occasione: moderatamente informative e moderatamente emotive.

La direttrice notò con piacere questo dettaglio, pensando ancora una volta che aveva avuto ragione su Martine. Il loro idillio aziendale è stato interotto dall’arrivo dei colleghi sedotti dal profumo di pizza. Il fatto che il pranzo fosse a carico dell’azienda lo ha reso particolarmente gradito.

– Io sono quello senza mozzarella e senza formaggio. – Josie si sfregò le mani con impazienza. – Cosa hanno scelto i nostri amici australiani?

Gli australiani, che non parlavano in italiano, si guardavano  imbarazzati, mentre il capo delegazione James, che è il vero proprietario dell’azienda, diceva:

– Ci piace più piccante e con più condimenti, ad esempio in Australia abbiamo la pizza alle carrube.
– Beh, sembra una vecchia barzelletta.. “piccante” è comprensibile, suona giovanile. – Giusi si fermò per uno strano momento e si guardò intorno aspettando che la gente ridi C’era silenzio. Giusi fece una risata:

-Un report più piccante é ora.

Accende il film. Anna osservava con interesse la serie di cifre, il grafico dei profitti dell’azienda che si allungava ostinatamente verso l’alto. Francesco stringe nervosamente la sua tazza da bambino e cerca di non guardare in direzione di Martina. Avrebbe voluto andare anche lui in Australia per un paio d’anni, ma la bella collega dai capelli ricci lo ha battuto sul tempo.
– Anna, ti piace il programma? – James parlava italiano con un leggero accento.
– Che dire… impressionante. – Anna sorrise con molta discrezione, poi alzò le ciglia e guardò James con sincerità infantile:
 
– Cosa ne pensi di questo ufficio? Ti piace?

-Sì, va bene, -rispose James, e Anna fu lieta di notare che, nonostante la sua pomposità, arrossì leggermente.

– E tu quando vieni a trovarci in Australia? – James chiese più seriamente. Anna lanciò un’occhiata involontaria a Martina e scrollò vagamente le spalle.
– Martina resterà un altro anno in Australia e poi vedremo,- disse James, come se le avesse letto nel pensiero.
– Ma potresti partire per tre o quattro mesi, solo per migliorare le tue competenze, il tuo inglese non è male, incontri i clienti… Ti piace l’idea? – James sorseggiò il suo vino, godendo chiaramente dell’effetto prodotto, strizzò sottilmente l’occhio ad Anna e si diresse verso la direttrice.

Anna fissò stupita la sua schiena larga, quando il suo sguardo si incrociò con quello di Francesco. Sogghignò sprezzante e uscì rapidamente dalla cucina. Anna era infastidita: il gossip è pronto.

– Ebbene, come stai, mia cara? – La voce fusa di Martina distrasse Anna dai suoi pensieri deludenti.

Stanca, sai cosa significa lavorare e parlare tutto il giorno in una lingua che non è la tua lingua madre.

– Oh sì,- la voce di Martina divenne naturale, mise un braccio intorno ad Anna e aggiunse: Mi sono ricordato spesso di te, amica mia.
 
Anna sorrise mentalmente alla parola “amico”. Una ragazza come Martine può avere dei veri amici? – Un mistero.

-Francesco dice anche in ogni angolo che sono stato mandato al suo posto per qualche motivo personale?

Anna di nuovo scrollò vagamente le spalle.

– Non parla però di come suo padre l’abbia messo qui? – Martine sollevò il mento e strinse i denti. – Sto facendo la mia strada. Da sola.  

Il volto di Martina ha preso l’aspetto bellicoso, da conquistatore:

– I miei genitori sono divorziati…-sospirò tristemente, come se stesse parlando di una partita di poker persa, e aggiunse.

La mamma è qui, ma tutto il giorno o al lavoro o alla Croce Rossa con i suoi nuovi amici, attivisti come lei. E papà… Vabbè , ci sentiamo ogni giorni per telefono..ioconto solo su me stessa.

 -Perché non mi mostri qualche foto dall’Australia? – Anna cercò di sdrammatizzare. – Tanto, oggi non lavora nessuno.

– Andiamo!- Martina si è rallegrata e ha aggiunto con importanza:

Ho uno studio tutto mio con una sala relax, che mi ha dato come ufficio per il periodo della mia visita, quindi andiamo lì! Ho delle foto da farti vedere, le foto solo per i miei amici più stretti. Anna sorrise mentalmente, sentendo il calore della voce di Martina: “la distanza spesso aiuta a rivalutare molte cose”.

– Poi prenderò le nostre pizze e le mangeremo lì! – Anna non mangiava da stamattina e da circa un’ora sognava una pizza impensabilmente calda e piccante.
– In realtà sono a dieta, ma oggi possiamo mangiare di tutto,  – ha detto Martina, e ha aggiunto in modo severo e autoritario: Oh, qualcuno ha appena portato i tovaglioli, prendiamoli. Non mi piace battere i tasti con le mani unte dopo una pizza. Mi vergogno troppo a usare quella tastiera dopo. Avevamo un dipendente a cui piaceva bere e mangiare sopra la testiera. Quando è stato licenziato, mi hanno lasciato la tastiera. Avresti dovuto vederlo! Ho passato mezza giornata a pulirlo. Era come se mangiasse e lavorasse allo stesso tempo. È tutto unto e polveroso. Ugh! Orribile!
– Oh no, è meglio che me ne procuri uno io, sono allergica a quelli profumati. Più tardi mi verrà il prurito, – ha detto Anna.

Giusi stava camminando lungo il corridoio. Oggi si sentiva giovane e leggera: era stata una giornata meravigliosa e l’incontro con gli australiani era andato nel migliore modo possibile.

Lanciò un’occhiata soddisfatta alle nuove pareti di vetro, attraverso le quali era così comodo osservare discretamente i suoi subordinati. La maggior parte di loro era sparsa per l’ufficio, sgranocchiando pizze e chiacchierando con disinvoltura. Alcuni sono usciti a fumare. Francesco, con i capelli rossi e molto arrossati, stava pulendo con cura la sua scrivania. Giusi sorrise: ogni dettaglio aveva il suo significato, nulla doveva sfuggirle, per gestire una squadra bisognava usare l’ingegno e sapere esattamente con chi si aveva a che fare.

Entrò nell’ufficio dell’Australia e chiese con voce volutamente alta e severa:

– Dovè Martina? Subito il personale ebbe un sussulto e si guardò intorno alla ricerca di Martine. Francesco cominciò a strofinare con ancora più forza la scrivania dalla polvere invisibile… In attesa di una risposta, lei uscì dalla sala. All’improvviso aveva una fame tremenda e il dolore alla schiena le ricordava la piccola sala relax, dove poteva bere un tè e sdraiarsi per venti minuti. Dopo tutto, l’età è una cosa seria: devi prenderti cura di te, di tuo figlio, dell’azienda. Una risata, proveniente chiaramente dalla sala, interruppe i suoi pensieri. Si avvicinò silenziosamente al vetro divisorio e vide una Martina arrossata e allegra che mostrava qualcosa sul suo portatile ad Anna. Il suo profilo, incorniciato da riccioli, irradiava gioia genuina, mentre il fagotto orgoglioso di Anna era praticamente incollato allo schermo del computer.

Le ragazze guardavano le foto. Alla destra di Anna, proprio sul tavolo della conferenza, c’era un piatto con fette di pizza e Coca-Cola.

-Cosa stai guardando? – Chiese con voce roca, affettuosa ma forte.Le ragazze trasalirono e si voltarono.

Giusi,- sbottò Martine con un sorriso un po’ sforzato e si gettò tra le braccia della direttrice. – Posso finalmente abbracciarvi in pace e ringraziarvi per questo trasferimento in Australia. È stato fantastico!Mentalmente Giusi sorrise, guardando la ragazza. “Ora è un po’ esagerata, ma è chiaro che farà strada. Sarebbe bene farle incontrare il figlio, un’operazione del genere gli darebbe la possibilità di dirigere l’azienda dopo di me”.- Allora, come stai? – Con una piccola frase, Josie sapeva sempre mandare fuori di testa qualsiasi persona .

– Hai già visto tuo padre?

Gli angoli delle labbra di Martine fremono e il suo sorriso si spegne:

-Non ho ancora visto papà, viene domani, ma l’ho chiamato. Ci sentiamo tutti i giorni”, – ha spiegato banalmente.

– Sono sicura che starà bene”, disse, con voce rassicurante. – Siamo una grande famiglia qui, vero Anna?

Anna annuì in silenzio e aggiunse:

– Suppongo che le cose siano diverse in Australia. Martina annuì vigorosamente con i suoi riccioli e avvicinò la sedia al computer portatile per la direttrice. Giusi si rilassa in compagnia di due giovani ragazze. E ha anche deciso di non rifiutare la pizza dal profumo delizioso. Le ragazze le piacevano; educate, eleganti, avrebbe voluto avere delle figlie. Le è piaciuto guardare le foto dell’Australiae ad ogni nuova immagine sullo schermo il tenero ricordo dell’amore e della giovinezza si apriva sempre più vivido come un giglio bianco in fiore nella sua anima avvizzita e callosa. Era come se lei stessa, e non Martina, ad abbracciare la bellezza bruciante dell’oceano. Quel posto non era cambiato affatto, anche i piccoli fiori sembravano aver continuato a crescere nello stesso punto per tutti questi anni, in memoria del loro amore…-

Cape Byron”, -disse Martine con dolcezza, interrompendo i ricordi di Jusie. – È a dieci ore da Sydney. Ho dovuto passare la notte lì, ma ne vale la pena… Cook l’aveva scoperta nel XVIII secolo.

Giusi ricordava la storia del promontorio. Ricordò il maestoso faro che aveva brillato a lungo tra le migliaia di chilometri di memoria, dandole la speranza che tutto sarebbe andato ancora bene.Sentì una lastra nera di paura che le premeva sul petto. La paura è un male che non conosce tempo.

– Uno scatto molto carismatico, cara. – Anna ruppe il silenzio e sorrise un po’ sorniona.

Solo allora Giusi guardò la foto del compagno di Martina e da qualche parte in fondo alla sua mente qualcosa formicolava freddamente. I riccioli neri, gli occhi stretti, lo sguardo fiero e belligerante. E una somiglianza impressionante…

– Che cos’è stato? Un turco?! – Le ragazze quasi saltarono per la sorpresa. Martina deglutì e disse con calma:

La famiglia di suo padre è tutta turca e sua madre è di Sydney. I suoi parenti si sono trasferiti in Australia negli anni Settanta. Per lavoro, e poi si sono stabiliti. Anche se molti dei loro compatrioti sono tornati in Turchia. I musulmani non sono benvenuti in Australia, sono in pochi e tutti si conoscono nella comunità.

Australia bianca”, sorrise Anna, poi osservò:- Una mia amica ha sposato un turco, qui in Italia. Anche lui voleva trasferirsi in Australia per raggiungere lo zio, ma non era facile farlo. Alla fine sono rimasti qui e stanno molto bene

Un’ondata di odio travolse Josie, come aveva fatto molte altre volte. Con la mano appassita schiaffeggiò il tavolo con insolita forza e si alzò bruscamente:

Vivono bene? I turchi sono estremamente crudeli. Parlate con la vostra amica tra qualche anno. Giusi avvertì il familiare capogiro che accompagnava sempre le sue crisi di nervi. – Sapete, ragazze, qualcosa mi ha fatto perdere completamente l’appetito. –

Con decisione si alzò, prese un tovagliolo umido dalla confezione e, pulendosi le mani, si avviò verso l’uscita, accompagnata dagli sguardi stupiti di Martina e Anna. Sapeva che solo passare del tempo con suo figlio a casa dei nonni l’avrebbe aiutata a ritrovare la serenità. Oggi pomeriggio avrebbe fatto in modo che andassero da suo cugino al mare, che li aspettava da mesi.

-Giusi ! – una voce femminile sgradevole e le tempie rasate. Naturalmente, si tratta della sciatta e brutta Veronica napoletana.

-Cosa volevi? Un altro giorno di riposo? – Josie si sentiva come se stesse perdendo il controllo di se stessa.

-Sì”, disse Veronica con sicurezza. – Devo sottopormi a una serie di visite mediche prima dell’operazione al ginocchio. E vorrei partire presto oggi. Non mi sento bene e vorrei prendere il treno per Napoli; è il compleanno di mia madre.

-È lo stomaco, è il ginocchio, devi andare nella tua sporca Napoli! Mi vergogno di guardare le persone negli occhi. Grazie a te, nessuno in contabilità può prendersi una vacanza. Attenzione, alla minima infrazione da parte vostra, riceverete un altro richiamo. Dopo tre disciplinari, sarai licenziata. Voglio dipendenti sani e non psicopatici meridionali.

Gli occhi di Giusi, come proiettili neri, si conficcano negli occhi di Veronica. Se Veronica avesse avuto una pistola, probabilmente avrebbe sparato a Giusi, alla piccola nuca, coperta da ciocche di pungenti capelli neri. Veronica a volte sognava di aver sparato a un ciuffo di nebbia nera, da cui partivano due proiettili neri che si dirigevano verso di lei.

Capitolo 5. Il sogno di Anna

Anna camminava tranquillamente verso la sua auto. Anche se l’orologio si avvicinava alle sei, il parcheggio era ancora immerso in un sole dorato e cocente, e dietro di lei l’edificio dell’azienda Forza, o “Forza” in russo, era un blocco grigio senz’anima, un nome che corrispondeva alla politica aziendale e all’esterno dell’edificio. Era stata una lunga giornata. E poi c’era Giovanni…La sua sola presenza la stava mandando fuori strada, confondendo i suoi pensieri e i suoi piani. Anna sapeva di dover essere onesta con se stessa e oggi ci stava riuscendo. “Domani è il mio prossimo compleanno… Chissà se lui se ne ricorda”. – Anna sospirò. Per il suo cosiddetto primo compleanno da quando si erano conosciuti, Giovanni aveva portato una rosa blu incorniciata da una felce. Una scelta così strana e sofisticata per un uomo. Anna sapeva per certo che il proprietario del negozio di fiori non avrebbe potuto consigliare una cosa del genere come regalo per una ragazza. La composizione rimase in piedi per quindici giorni, poiché i fiori erano stati inseriti in una speciale spugna umida. Anna aveva lavorato in un negozio di fiori in gioventù e sapeva per certo che spesso le persone portavano queste composizioni al cimitero in memoria dei defunti… Anna pensò che un giorno il dolore era entrato nella vita di Giovanni per riempire tutto. E lui l’aveva lasciato entrare, quel dolore, dentro di sé, l’aveva fatto germogliare e penetrare negli angoli più remoti della sua anima e della sua coscienza. E la scelta di questi fiori non fu casuale. Lei li aveva scelti per lui, e lui era solo uno strumento e un servitore obbediente. Anna divenne inquietante, come se sentisse la presenza di qualcosa di freddo, imperturbabile e spietato.Sentì dei passi dietro di lei. Anna si girò bruscamente. Non c’era nessuno, a soli cento metri da lei camminava, evidentemente dal turno, un operaio di aspetto africano, che camminava lontano, ma che la guardava direttamente. Maledette voci! – Ad Anna tornò in mente il modo in cui i suoi genitori avevano scherzato su di lei fin da bambina: “Udire come un cane da caccia!”. Quante volte la sera, tornando a casa tardi, si era spaventata per le persone che camminavano da qualche parte là fuori, dall’altra parte della strada.– Ti sei addormentata? – La figura alta di Veronica apparve dal nulla davanti ad Anna. – Ecco, Judy mi ha rovinato il viaggio di ritorno, non mi ha lasciato andare via prima. Anzi, sono stata una delle ultime ad andarsene. Quindi stasera sono libero. Che ne dici di festeggiare il tuo piccolo anniversario?– Un giorno di anticipo porta male”, rispose Anna seriamente.– Trentatré anni, l’età di Cristo e… venerdì! E tu continui a credere alle superstizioni medievali.– In effetti, sì, hai ragione. – Anna guardò l’uscita dell’edificio e vide Francesco e altri ragazzi dell’ufficio che si affrettavano a tornare a casa. E chiese con esitazione: “Dovremmo invitare i nostri colleghi?– Assolutamente no, soprattutto quel pezzo grosso di Francesco. È ovvio che va in palestra per farsi gli addominali. Non è all’altezza di noi modeste, povere ragazze!– Non è un maggiore. Suo padre lavora come impiegato in banca”. – Anna riuscì a stento a trattenere un sorriso: ricordava che Francesco, un tempo aristocratico e pedante, non accettava di corteggiare la militante Veronica che suscitava nel suo animo un caldo fuoco vendicativo.

-Incontriamoci alle fontane! Nel centro di Reggio Emilia, di fronte al teatro”, propose Anna.Veronica annuì cupamente, continuando a guardare Francesco, e aggiunse:

– Tu mangia e dormi. Noi faremo una lunga passeggiata, io ordinerò un taxi. In fondo possiamo permetterci di uscire! – Veronica strizzò un occhio incoraggiante ad Anna e si affrettò verso la sua modesta Fiat a due porte, solitaria in fondo al parcheggio, accanto alla nuova Ford Focus rossa di Martina.Martine aveva comprato la Ford da Anna prima di partire per l’Australia. Anna non se ne pentì affatto. La Ford era chiaramente adatta a Martine. Insieme facevano un figurone. E Anna si era comprata un’allegra mini Cooper con un’aerografia di orchidee sul tetto.Anna salì in macchina, ma non riuscì a mettersi in sesto e ad avviare il motore. La stanchezza dopo una notte insonne, mista all’ultimo giorno di lavoro della settimana, la avvolgeva, sfidandola a malapena a rilassarsi.”Cos’è che ho sognato stanotte e che poi non sono riuscita a dormire?”. Oh sì! Camminavo per strada con Giovanni, e lui mi disse che dovevano entrare nel negozio della sua ex moglie… Arrivarono davanti a una porta e ne uscì di corsa una bambina, una bella ragazza bionda in abito lungo, con una corona di fiori in testa. Ci fece un inchino all’antica e ci chiese: “Cosa volete?”. Giovanni e io entrammo nel bel negozio e una donna incinta, accompagnata da un medico, uscì rapidamente verso di noi. Era l’ex moglie di Giovanni. Guardò lui e poi me. Mi guardò con un tale odio che mi sentii come fulminata. Avevo paura di quegli occhi neri, ed ero sicuro che Giovanni avrebbe lasciato la mia mano e se ne sarebbe andato. Ma lui la strinse più forte… La dottoressa si avvicinò e disse: “Ora dobbiamo misurarvi la pressione”.Poi Anna vide un lungo tubo che andava dalla pancia della donna incinta a Giovanni e che era collegato al suo cuore. Anna sentì attraverso la pelle del polso: il polso di Giovanni stava accelerando! Anna gli strinse il polso e sentì il cuore battere nella sua mano. “Non essere nervoso, ti prego, o se ne accorgeranno, non devono accorgersi…”.Qualcosa colpì il finestrino dell’auto di Anna e lei si svegliò: “Oh Dio, cos’è stato, metà sogno e metà realtà?”. Un paio di minuti dopo stava correndo a casa, alzando continuamente il volume dello stereo per scacciare ogni residuo di sonno dalla sua mente.

Dal fascicolo del caso penale:

Oggi sono uscita con Katia. Mi ha suggerito di uscire. Ho portato Ciro a casa dei suoi genitori. Ho deciso di sedermi in un bar fuori casa sua. È difficile vivere ogni giorno con questi pensieri. Giovanni mente e se ne va ed io rimango sdraiata nel letto come se fossi completamente cieca e sorda. Come se fossimo ancora una famiglia felice.

Anche Katia ha i suoi problemi. Vive con il marito e la suocera, Gemma. È molto autoritaria e immensa, come una roccia. Adora follemente suo figlio Valerio e, come tutte le madri come lei, odia tutte le donne che lo circondano. È sempre assillante con il marito e lo rimprovera. Compreso il fatto che questo non è il colore dei calzini che indossa a casa. Una delle sue amiche lavora con Katia. Raccontò  che ha chiamato Gemma e le ha detto che Katia guardava gli uomini dappertutto, flirtando con loro. Grazie a Dio il suo marito non ci crede mai in queste cose

 

 

 

 

 

E poi”, mi disse Katia con rabbia, “sai che noi da tempo stiamo cercando di diventare i genitori? … E quella stronza mi chiede davanti a Valerio con quanti uomini sono stata e quanti aborti ho fatto. È tutta colpa sua, mi dà sempre sui nervi, che gravidanza! Come faccio a rimanere incibta stressata così? Vorrei averle fatto un tè all’oleandro..

-Che tipo di tè? Non sapevo che ci si potesse fare un té così

-Non è possibile! È un veleno purissimo. Mortale. L’ho detto solo per dispetto. Grazie a Dio, ultimamente Valerio stesso ha detto che è ora di lasciare sua madre. Ha iniziato a frugare nelle tasche delle giacche e dei cappotti e a controllare gli scontrini, rimproverandolo per i suoi acquisti, soprattutto quelli fatti per me. Sono una nota spendacciona e rovino la loro famiglia. Eppure, l’idea del tè alle foglie di oleandro per mia suocera non mi ha mai abbandonato. – Katia rise dolcemente e scosse i suoi bei capelli biondi

Ma all’improvviso ebbi paura. Fissai i suoi occhi blu da cervo e potei scorgere con orrore i raggi d’acciaio dell’odio in essi. Vedevo che il pensiero di uccidere era reale. Era uno shock! Mi resi improvvisamente conto che anche una donna come  Katia così bella, brillante,  amante del divertimento poteva voler vedere la sua rivale soffrire e morire. È fantastico. Mi sono sentita improvvisamente normale. Pensavo di essere impazzita per la rabbia che mi ribolliva dentro, per la gelosia. Pensavo di essere l’unica. Ma non è così! Siamo tutte così.. amazzoniche che combattono..

Interprerazione del testo illeggibile del diario nel fascicolo del caso penale:

paura dell’oleandro, ora è una pianta che vedo ovunque e ho paura anche solo di avvicinarmi. Ho paura che Ciro giochi e tocchi le foglie. C’è così tanto oleandro! È ovunque: nelle strade, nei giardini, nei giardini degli ospedali, nei giardini degli hotel più costosi… Perché lo piantano? Perché  provocare

Quante altre persone come Katya…? Quante persone come me?”

Capitolo 6. Spiriti della città di Reggio Emilia 

Il centro di Reggio Emilia, di sera, era suggestivo con le sue ombre insolite. Sembrava che si fossero radunati qui da tutta Italia per qualche bizzarro spettacolo. Giovanni guardò in alto: le stelle scintillavano attraverso le statue veneziane sul tetto del teatro. Non sapeva di chi fossero le statue, non conosceva la loro storia o l’aveva dimenticata, ma gli sembrava che alcune di esse guardassero le stelle o parlassero con loro. Si accovacciò sui gradini del teatro e guardò la piazza con orgoglio. Di fronte a lui, dalle lastre sgorgavano rivoli d’acqua multicolori, l’espressivo monumento alla Resistenza e, alla sua sinistra, un’intera piazza con i monumenti ai partigiani della Seconda guerra mondiale, ognuno dei quali recava una vecchia fotografia, un nome, un cognome e persino dei soprannomi clandestini. Era impossibile vederli dai gradini del teatro, ma alcuni li conosceva a memoria. Tra i guerriglieri c’erano anche dei bambini. Uno aveva persino un soprannome, semplicemente “ragazzino”, un altro, un adolescente, “vampiro”. Giovanni amava rileggere i loro nomi, qualcosa di caldo si riversava nella sua anima. La città ricordava i suoi eroi per nome… “Non per niente la bandiera nazionale è nata qui”, pensava Giovanni. Era un patriota.

All’altro capo dell’ampia scalinata del teatro due africani si sedettero e cominciarono a bisbigliare. Anche nella penombra, Giovanni riuscì a capire che uno dei due stava porgendo all’altro un pacchetto. “Droga o erba”, pensò Giovanni. – I nostri nonni sono morti in battaglia o sotto le torture dei nazisti per la loro città natale, ma poi sono diventati vecchie foto sul muro, un ricordo, e la città è di nuovo invasa da stranieri che non sembrano combattere, ma vendono droga proprio nella piazza principale. Forse anche i fascisti non erano l’alternativa peggiore?”. – Giovanni si vergognò subito dei suoi pensieri, ricordando i racconti della madre e della nonna sulla guerra. Socchiuse gli occhi alle stelle e cominciò ad assaporare l’idea di chiamare la polizia e denunciare quei tipi in flagranza di reato, si vedeva già sulle pagine di un giornale in un articolo di cronaca nera, quando gli africani parlarono improvvisamente a voce alta e animata.

Giovanni si girò, seguì lo sguardo di uno di loro e vide una ragazza. Camminava allegramente tra i getti rossi della fontana con l’orlo del lungo prendisole rimboccato. Il colpo d’occhio era davvero degno di nota: gambe lunghe, braccia aggraziate, capelli rigogliosi.

– Beh, che spettacolo! – Giovanni mormorò sottovoce agli africani. Loro annuirono di conseguenza. All’improvviso la ragazza si fermò e guardò Giovanni. Naturalmente non lo vedeva, così come lui non vedeva il suo viso, e il grido non avrebbe dovuto essere udito, ma lei continuava ostinatamente a guardare dritto verso di lui. All’improvviso lo sconosciuto fu chiamato da un amico e quest’ultimo, rispondendo con una risata fragorosa, si affrettò a uscire da sotto i torrenti. Giovanni la seguì incantato e iniziò persino ad alzarsi per avvicinarsi a lei, ma qualcosa lo distrasse, un suono squillante. Si guardò intorno sorpreso, frugò sui gradini, ma non trovò nulla. Con frustrazione si precipitò verso la fontana per raggiungere la ragazza, ma si fermò: al posto della sconosciuta c’era una piccola bicicletta per bambini.

Qualcosa pungeva Giovanni, aveva paura di guardarlo per qualche motivo, ma non poteva non guardarlo… Le risate dei bambini lo fecero uscire dal suo torpore. I ragazzi si riversarono nella fontana e si alternarono in bicicletta. Giovanni si sentì sollevato a respirare l’aria ancora calda di luglio e a passeggiare fuori dalla piazza.

– Ehi, amico! – La voce con un leggero accento apparteneva a uno degli africani. – Credo che questo appartenga a te.

Giovanni si girò e guardò la mano che gli veniva tesa.

– Hai dimenticato questo”, l’africano stava fissando Giovanni. In mano teneva due piccole chiavi per il lucchetto di una bicicletta.

– No, i bambini devono averle perse. Le chiavi della bicicletta”, disse severamente.

– Sì, sono tue”, sorrise ancora di più l’africano. – Le ho sentite cadere dalle tue mani.

Giovanni si voltò in silenzio e si allontanò.

– Amico”, chiamò l’africano per l’ultima volta. Ma Giovanni non si voltò e si limitò ad agitare la mano con noncuranza.

Dal fascicolo penale:

“Il mio ragazzo, il mio Ciro, il mio unico conforto! Oggi Giovanni ha detto che sarebbe partito per un viaggio di lavoro. Per tre giorni. A Genova. Vedi, c’è una squadra speciale di pompieri, doppia paga. È una bugia! Perché pensa che non ci veda? Lo guardo negli occhi, gli sorrido e gli dico che ci mancherà molto. Lui dice che anche a lui mancherà.

Quando Giovanni se n’è andato, ho pianto. Non ce la faccio più.

Poi sento delle manine che mi abbracciano: “Mamma, ti voglio tanto bene!”. Almeno avrò sempre con me quel dolce raggio di sole. Naturalmente papà tornerà presto e usciremo tutti insieme, ci divertiremo, mangeremo il gelato… E poi andremo a vedere una partita di calcio, tutti insieme. E io sarò con le altre mamme a gridare cori di incoraggiamento per “Regan”. E poi andremo tutti a mangiare una pizza per cena… Quanto è bello e divertente tutto questo. Guarderò Giovanni in compagnia di altri uomini e, come sempre, penserò che è il più serio e virile e, allo stesso tempo, il più affettuoso e divertente, e che non potrei desiderare un marito migliore. Come sono felice quando siamo tutti insieme. Sto piangendo e Ciro è nervoso e vuole chiamare suo padre, io lo sgrido e gli strappo il telefono. Non sono saggia, no!!! Sono orgogliosa e non sopporto questa umiliazione, preferirei buttare via questo telefono o distruggerlo, ma non ci faremo umiliare. Vuole andare dalle sue prostitute, lasciatelo andare! Ciro piange e scappa da me, non so cosa fare… È un inferno”.

 Capitolo 7.Quando arriva la morte
 
Martina salì le scale con facilità, la giornata era splendida, i colleghi italiani erano felici di vederla, i colleghi australiani la veneravano mentre faceva loro da interprete e persino da guida. E lei era chiaramente una sua grande ammiratrice. Nel parcheggio la aspettava una nuova auto rossa, che fino a un paio di anni fa non aveva nemmeno osato sognare, e la serata prometteva di essere calda. Anna festeggiava il suo compleanno. Anche la notizia che sua madre si era trovata un nuovo fidanzato, un agguerrito volontario della Croce Rossa come lei, non la rattristava più; anzi, si rammaricava di aver rifiutato bruscamente di incontrarlo questa mattina. Martina fece addirittura le fusa con un altro successo della stagione, pregustando la serata. Ma mentre usciva dall’edificio inciampò improvvisamente e le forti braccia di qualcuno le impedirono di cadere.
 
– Attenta, bella”, le disse la voce bassa di qualcuno. Le girava la testa, come se fosse stata colpita, ma non fece in tempo a cadere. Il coraggioso salvatore era un giovane africano della classe operaia, per il quale il quartiere industriale era famoso. La gente del posto non voleva fare il lavoro pesante e gli emigranti non avevano alternative.
 
– Grazie. È tutto a posto. – Martine si liberò in fretta dalle sue forti braccia.
 
L’africano la guardò intensamente negli occhi e sorrise un po’ ironicamente:
 
– Buona serata.
 
Martina si diresse verso la macchina. L’allegria era sparita, era stanca e apatica e lo stomaco le dava fastidio. “Dovrò prendere una Smecta a casa”, decise. – Non sono abituata al cibo locale. Probabilmente succede a tutti dopo aver vissuto a lungo in un altro Paese. Guidò con calma, mentalmente contenta che fossero solo cinque minuti di strada per tornare a casa. Le scale dell’ingresso sembravano troppo alte, ma il rombo dell’ascensore era ancora più spaventoso.
 
Martine salì a fatica una scala dopo l’altra. Tra il secondo e il terzo piano i dolori allo stomaco peggiorarono sensibilmente. “Che acclimatazione dura, vorrei solo non vomitare, devo arrivare all’appartamento”, pensò tra sé e sé. – Acclimatazione…” Martine cercò di dire la parola in inglese, ma non riusciva a ricordare come suonava. La ripeteva mentre si avvicinava alla porta del suo appartamento, la ripeteva a fatica mentre infilava la chiave nella toppa, la chiave non girava, Martine la strattonava con le ultime forze, la muoveva, ma perdeva l’equilibrio e cadeva, battendo la testa sulla lastra di marmo… Dopo un paio di secondi la chiave, rimasta nella porta, sibilò e cadde a terra. Dall’altra parte la porta fu aperta da un bambino di circa sette anni. Non riconobbe Martina. Era partita per l’Australia da più di un anno e la sua memoria di bambino non aveva conservato l’immagine della vicina del piano di sopra. Ma ricordava il numero dell’ambulanza e la sua voce di bambino al ricevitore stimolò l’arrivo dei medici. Quando la madre del bambino tornò dalla soffitta con un mucchio di biancheria asciugata al sole di luglio, i volontari della Croce Rossa stavano già stendendo Martina su una barella.
 
Oh mio Dio! Cosa devo fare? Come diavolo si fa! Non è con me! Non c’è più. Non c’è più il mio Ciro. Niente mio caro ragazzo. Non voglio vivere. Sono due settimane di questo incubo. 
Come vorrei tornare indietro nel tempo. Se non fosse corso dietro a Giovanni. Perché gli è corso dietro? Da dove veniva quella macchina? Per quale motivo? Perché avrei dovuto farlo? Prima ho perso mio marito, e ora se n’è andato l’uomo più importante del mondo, il mio ragazzo. Il mio Ciro! Lascia andare Giovanni, è andato via da tempo, voglio solo che il mio sole stia con me! È tutta colpa mia! Sono una cattiva madre, avrei dovuto andarmene da tempo, volevo il divorzio in un giorno. Mi vedevo mentre preparavo le mie cose, prendevo Ciro per la sua calda mano e partivamo… verso una nuova vita. Ancora pochi giorni e tutto sarebbe cambiato. Saremmo partiti… È tutta colpa sua. No! Non è colpa sua, lui è la vittima, è colpa di Lei. Chi è Lei? Una strega, un demone, una zingara, un’abile prostituta? La figlia del diavolo? 
 
No. La colpa è di entrambi. Lui e quella puttana! Se non fosse stato per lei, niente di tutto questo sarebbe successo. Ha rovinato la mia famiglia, ha ucciso mio figlio.
 
Proverà tutto quello che provo io adesso. Giovanni è già stato punito. E la punirò io stesso. A qualsiasi costo. 
 
Le lacrime scorrono, gli occhi mi fanno male. Vado a trovare il mio bambino. Devo portare a Ciro il suo coniglietto preferito. Non sarà così triste. Lo amava così tanto. Amava… Che giorno è oggi? Non mi ricordo. È estate o è ancora primavera, solo una primavera calda…? Non riesco a capirlo”.
Veronica e Anna ridacchiarono, lanciando un’occhiata ai ragazzi del tavolo accanto. I cocktail erano forti, la notte era calda… Cercò con la mano nella borsetta una maschera di pizzo. Sentì un formicolio nel petto. Se Giovanni avesse visto questa maschera? O se l’avesse vista con quella maschera? Capelli biondi lunghi fino alle spalle, rossetto color ciliegia, vestitino nero… E, come si dice nel mio paese, “colpo di controllo”… una maschera da pipistrello a mezza faccia in pizzo nero… Anna si guardò nello specchio tascabile: i suoi capelli sono ormai all’ordine del giorno e li ha tinti completamente per due anni… anche i primi due capelli grigi risplendevano orgogliosamente intatti dal parrucchiere. Anna si è piaciuta allo specchio: giovane, bella… tutta la vita è avanti, in fondo… viva…
 
– Martina non è ancora arrivata, il suo telefono non risponde”, osserva Veronica preoccupata. – Non dovremmo chiamare sua madre?
 
– Sì, e spaventarla”, Anna chiuse la borsa dei trucchi e mise un braccio intorno a Veronica. – Chissà dov’è andata e, soprattutto, con chi è andata Martina dopo il lavoro…
 
Forse con James, per esempio – Veronica guardò Anna con aria cospiratoria e bevve un sorso dalla sua cannuccia.
 
– Oh, andiamo. Ha un fidanzato. Un turco a Sydney. Bello. – Anna prese un lungo prendisole, si immerse nei getti della fontana, mettendo in mostra le lunghe gambe dritte, e lanciò una rapida occhiata a un tavolo vicino. Il ragazzo più carino la stava sicuramente guardando… Eh, se non fosse stato per il gotismo di Veronica, con le sue tempie rasate e il trucco cupo, le cose sarebbero andate più in fretta…
 
– Un turco”, sbuffò Veronica. – È assurdo incontrare un turco in Australia.
 
– Non essere razzista. Si sono incontrati al lavoro, lui voleva tipo trovare un lavoro. Tra l’altro parla italiano. Ma per qualche motivo non l’ha ottenuto, o se n’è andato, non ricordo esattamente. I sentimenti, si sa, nascono dal nulla e non ti chiedono se volevi quel tipo di amore o un altro. – Anna si pettinò con disinvoltura e guardò pensierosa in lontananza. Cercò di rendere la sua immagine misteriosa e parlò dolcemente. – L’amore non si può scegliere.
 
– Lo vedo”, sorrise Veronica, notando gli sguardi che Anna lanciava furtivamente al tavolo vicino.
 
– Beh, anche tu non puoi stare fermo, può farti impazzire. E un po’ di amore deve bruciare. – Anna aggrottò le sopracciglia, cercando di bloccare i ricordi invadenti di Giovanni che affioravano all’argomento.
– Bruciarlo, berlo. – Veronica sorrise francamente al ragazzo del tavolo accanto, che subito, con un sorriso, si alzò e si diresse verso di loro.
 
Francesco camminava per strada da solo. I suoi amici, come ogni venerdì, lo aspettavano al bar, ma lui non era pronto a parlare con loro. Il risentimento e la rabbia gli ribollivano dentro e chiedevano uno sfogo. E in piazza, tra i suoi amici, c’era James, un australiano, che improvvisamente voleva vedere come camminavano i giovani italiani. O meglio, le ragazze”, pensò Francesco a malincuore. – E lui stesso ha almeno quarant’anni! Era stato James ad accettare il trasferimento di Martine in Australia al suo posto. Ricordava che Martine era stata una ragazza dolce a scuola, una ragazza gentile, dal carattere veloce e dai capelli ricci. Erano amichi a scuola. 
E che tradimento era stato non accennare nemmeno a lui, a Francesco, questo trasferimento in Australia! In fondo, lei sapeva che lui doveva andare. Avrebbe potuto avvertirlo amichevolmente, dirgli che anche lei voleva partire. E lui non avrebbe fatto la figura dell’illuso, dello sciocco il giorno in cui tutti avevano ricevuto per posta il messaggio del suo trasferimento. Aveva paura, o semplicemente non voleva. E ha fatto il passaporto, ha pagato due stipendi per i corsi di inglese, ha studiato tutto sull’Australia, si è già visto in riva all’oceano con la macchina fotografica in mano, proprio sotto l’enorme Super-Luna… Ora, perché avrebbe dovuto avere bisogno di questo Super Inglese qui, nelle nebbie di Reggio Emilia, dove nessuna Super Luna sarebbe stata semplicemente non visibile. “Eh…” – Francesco sospirò: non si poteva più cambiare nulla, se non pensare al futuro ed essere più scaltri e sfacciati. Le buone maniere non sono più di moda.
 
Veronica si voltò bruscamente e si bloccò: “È davvero lui…”. I suoi capelli color miele scintillavano sotto la luce della lampada ai margini della piazza. Francesco si guardò intorno esitante. Veronica soppresse quell’incontrollabile sensazione di lacerazione che si prova ogni volta che si vede un oggetto d’amore, soprattutto quando quell’oggetto è irraggiungibile… Veronica sorrise ai suoi compagni di tavolo e si rivolse ad Anna:
 
– Guarda chi si sta stropicciando da solo nell’angolo”, – fece un cenno a Francesco. – Lo chiamiamo?
 
Anna sorrise comprensiva, si alzò lentamente e andò dal suo collega, accompagnata dagli sguardi di uno degli uomini seduti al tavolo vicino. Veronica era soddisfatta: la serata si stava svolgendo nel migliore dei modi.
“Chin-chin”, -porse un bicchiere di Aperol Spritz forte al giovane che guardava Anna, e aggiunse:
 
-Non ti preoccupare, tornerà subito… Credo che tu le abbia fatto un’ottima impressione..
 
Veronica sentiva l’odore di Francesco. Lo sentiva addosso anche dopo i brevi incontri in cui le era capitato di sedersi accanto a lui. Non sapeva descriverlo, ma lo riconosceva in modo inconfondibile. Francesco salutò tutti e, sedendosi delicatamente al tavolo, chiese a Veronica come si sentiva dopo la settimana di lavoro. La ragazza sentì che finalmente si era rilassata, e tutta la rabbia che covava dentro di lei scomparve, scivolando via come sabbia gialla sulla riva dell’Adriatico. Scivolava come sottili capelli rossi tra le sue dita. Voleva tuffarsi tra le sue braccia qui, davanti a tutti, chiudere le palpebre e rimanere lì fino al mattino, sorseggiando beatamente il suo cocktail misto al suo profumo.
 
– E Martina? Ti ha parlato dell’Australia? Le piace laggiù? – Francesco guardava dritto verso Anna. – Ha trovato un fidanzato lì?
 
Anna era confusa, colta di sorpresa dalla domanda sincera sulla sua amica.
 
– Certo che l’ha trovato, Francesco,-disse Veronica con disprezzo nella voce. – Non hai visto le foto? Tutti in ufficio hanno visto il suo report fotografico “Happy”.
 
Anna lanciò uno sguardo indignato a Veronica e disse in modo conciliante:
 
– Martina si è trovata bene nell’ufficio australiano.  E felice, anche se le manca molto la  casa ed i vecchi amici
– Eravamo proprio amici, siamo sicuri? – disse Francesco con un sorriso amaro.
 
– Lei ha avuto il tempo di girare l’Australia con il suo nuovo fidanzato”, – insisteva la pettegola Veronica. – Abbiamo visto le loro foto a Cape Byron…
Ci fu una pausa imbarazzante.
 
– “M’y soul Is dark” – mormorò un uomo  alto che sedeva accanto ad Anna, con un verso byronico.
 
Veronica rabbrividì per la sorpresa e diresse il suo sguardo penetrante sulla nuova conoscenza. Anna si avvicinò a lui e, guardandolo dritto negli occhi, chiese:
 
– Quindi anche a te piace la poesia? 
 
Capitolo 8 Max comincia indagini
 
Navi su pigiami a quadretti blu si alternano a orsi blu. Max si mise comodo sui cuscini bianchi del nuovo divano e cambiò canale. Non c’era niente di meglio di una corsa per dimenticare per un’ora i clienti esigenti e gli impiegati sprovveduti. Camminare costantemente ai limiti della legge era sorprendentemente faticoso per il figlio di un onesto notaio, quale Max era per nascita. Non era facile gestire un’agenzia investigativa, ma era estremamente redditizia. Inoltre, conferiva alla sua immagine il fascino di Bond, così raro al giorno d’oggi.
 
 
 
Il cellulare di Max vibrava freneticamente sul tavolo e dopo qualche minuto lasciò la trasmissione della gara e guardò attentamente il display. Sul display c’era scritto “James” Max fischiò: come aveva potuto dimenticarlo! Prevedendo una serata di baldoria in un locale costoso, circondato da giovani ragazze, e molto probabilmente a spese del suo amico australiano, Max si alzò addirittura dal divano e rispose alla chiamata in un inglese fiammeggiante.
 
 
 
Tuttavia, la voce agitata e quasi irriconoscibile di James riferiva qualcosa di completamente inaspettato. Max, naturalmente, amava il suo lavoro; la logica e la strategia magistrali, la conoscenza della natura umana e le complessità delle transazioni finanziarie erano interessanti. Ma qui c’era qualcosa di diverso, qualcosa che Max aveva voluto evitare fin dai tempi in cui era studente. Il corpo di una donna morta. Lo vide a lungo. Nella penombra della cucina giaceva sul tavolo, temeva di trovarlo sul letto. Rifiutò persino il prodotto da barba con la scritta “Sali del Mar Morto”.
 
 
 
Max non si cambiò nemmeno i vestiti. Si mise solo le scarpe da ginnastica. Quasi volava con la sua SMART attraverso la città di sera, respirando la calda aria estiva. Era determinato. Finalmente, come aveva detto la psicologa, l’avrebbe vista e tutto sarebbe passato. Il cuneo era un cuneo.
 
 
 
L’Ospedale Santa Maria di Reggio Emilia svettava maestoso al centro del parco e sembrava più un teatro, grazie all’ampia scalinata e ai diversi ingressi. “Un teatro di destini umani, eh!”. – Max fece un respiro profondo e si diresse con decisione verso James, che stava fumando da solo. 
 
 
 
Non era il tipo di incontro o di notizia che Max si aspettava dal suo amico studente, un giovane brillante che in un anno aveva mostrato a Max tutta la vita notturna australiana. Max era uno studente in scambio che veniva a Sydney per un anno e il destino aveva voluto che incontrasse James, la cui madre era italiana e che considerava l’Italia la sua vera patria. Il viso pallido di James in qualche modo scivolava fino al collo e assomigliava a una terribile maschera-emozione veneziana. Nei suoi occhi c’era uno sguardo di costernazione e anche un po’ di senso di colpa, come quello di un ragazzo abbandonato. Max strappò un sorriso e diede una pacca sulla spalla a James:
 
 
 
– “Va bene, va bene. Troveremo una soluzione. Proseguite”.
 
 
 
I ragazzi percorsero lunghi corridoi, scendendo e salendo. Finalmente trovarono un ascensore, che per qualche motivo non si fermava mai al loro piano.
 
 
 
– Santa Maria! Era un labirinto. – Max stava perdendo le ultime gocce di pazienza e di coraggio.
 
 
 
James guardò l’amico con aria assente, come se cercasse di capire se Max si stesse appellando a Santa Maria in persona o se si riferisse all’edificio che porta il suo nome.
 
L’ascensore finalmente si aprì e l’infermiera li guardò con sorpresa, avvicinò la barella a sé e premette di nuovo il pulsante per il piano giusto. Max intravide un profilo nitido che sbucava attraverso il lenzuolo bianco, e fu in qualche modo certo che lì, sulla sedia a rotelle, giaceva un uomo che era stato recentemente pianto dalla sua famiglia.
 
Dopo un po’ James condusse Max alla porta che stavano cercando. Max sentì un brivido insidioso dalle spalle alle mani. Ebbe il tempo di pensare che doveva essere così che si sentivano i condannati alla sedia elettrica in un’America lontana. E poi la vide. Un corpo femminile fragile sul letto, capelli neri, naso affilato. Un neo sotto l’occhio. Le ciglia sbattute, la donna aprì gli occhi e guardò dritto verso Max. La stanza si trasformò in un vortice davanti agli occhi del detective, che riuscì a malapena ad appoggiarsi a James prima di crollare.
 
– Ciao, Josie, come stai?”, chiese James alla donna con un mezzo sussurro.
 
– Meglio, -disse la voce più anziana dal letto.
 
Max si ricompose:
 
– Quindi è viva?!
 
Dal letto si udì una debole risata:
 
– Viva… per ora…
 
Solo allora Max notò la massa di tubi che si estendeva dal corpo della donna e che, al posto del silenzio tombale nella stanza, alcuni dispositivi stavano facendo clic e, per di più, una giovane infermiera era in piedi accanto a uno di essi e lo guardava con estremo disprezzo.
 
Si congedò con discrezione dalla paziente e uscì nel corridoio in totale confusione, dove cercò di calmarsi bevendo camomilla da un distributore automatico.
 
– Sta cercando qualcuno? – Si sentì una voce gentile di donna… Fu come se Max uscisse dal suo torpore e solo ora notò che una graziosa ragazza vestita di qualcosa di volante e leggero era in piedi proprio di fronte alla stanza, vicino alla finestra. Era rivolta verso di lui a metà e il suo viso non si vedeva dietro la chioma di capelli. 
 
La ragazza passò lentamente davanti a Max, poi si fermò e si girò appena per ripetere la domanda.
 
Sta cercando qualcuno?
 
– Sì… Voglio dire… l’obitorio. – Max cercò invano di capire cosa stesse succedendo. – Voglio dire, pensavo di cercare l’obitorio. Ma la donna qui nella stanza è viva, quindi grazie. Lavora qui o è in visita? Max si sta agitando e sta cercando di flirtare.
 
– La donna è viva… per qualche motivo lo sconosciuto riecheggiò e ripeté insistentemente.
 
Stai cercando qualcuno… Vivo è vivo. Morto morto… Ti accompagno all’uscita. E James ti raggiungerà. 
 
La ragazza agitò con grazia la mano abbronzata e Max, come ipnotizzato, la seguì.
 
Camminarono a lungo lungo lungo alcuni corridoi. La ragazza vestita di bianco camminava leggermente davanti a loro e Max non riusciva mai a guardarla bene in faccia o almeno a sentire il suo profumo. Per qualche motivo pensò che la sconosciuta dovesse avere un profumo delizioso. All’improvviso lei si fermò e si toccò timidamente i riccioli sulla testa:
 
–  Ti lascio qui, è meglio che non entri. Aspetta qui James, non sarà facile per lui entrare da solo”. Lo sconosciuto si allontanò improvvisamente da Max molto velocemente. 
 
– Va bene, lo aspetterò qui – gridò Max, ma la figura della ragazza continuò a fuggire a passo svelto. 
 
“Non mi ha nemmeno salutato” pensò il detective infastidito, e poi rimase a bocca aperta. Davanti a lui c’era la porta con la scritta “Morgue”. Max la guardò con orrore… In gioventù, quando studiava legge, era stato in un obitorio… Da allora, aveva avuto una fobia per quel posto. 
 
. Cosa ci fai qui? La voce di James gli giunse all’orecchio.
 
– Una ragazza mi ha dato indicazioni. Quella che ti aspettava fuori dalla tua stanza. Mi ha detto di aspettarti qui.
 
-Quale ragazza mi stava aspettando? James era arrabbiato.
 
-Con i capelli ricci, una bella ragazza, avresti dovuto conoscerla. È uscita da qui.
 
– Strano, non c’era nessuno. Mi hanno detto la strada alla reception, fuori dalla stanza di Giusi e mi sono quasi perso, e tu hai incontrato una bella ragazza qui. Hai trovato il momento e il posto giusto. Martina è appena morta! È un buon momento per incontrare qualcuno. James si fermò bruscamente. Hai detto che aveva i capelli ricci e un vestito bianco?
 
– Sì, è carina in abito bianco, mi ha detto di aspettarti qui, 
 
Stai parlando di Martina, ieri indossava un vestito bianco e i suoi capelli erano ricci… aveva un profumo così buono che rimaneva sempre sul mio cuscino… e sulla mia camicia il suo profumo – James pallido aspirò rumorosamente l’aria dalle narici e si sedette di colpo sul pavimento in totale prostrazione
 
Max era a malapena consapevole della situazione… .
 
-…Martina.. La tua ragazza del lavoro è morta? 
 
-Sì! Anche lei… in realtà gridò a James. Beh, solo lei, Martina… e Giusi si salvò.
 
 
– Non penserai che l’abbia vista ora, vero? – Max si sedette accanto all’amico sulle carte – Sappiamo entrambi che è morta.
Devi calmarti, era solo un’infermiera. Ora le chiederemo un documento d’identità, lei firmerà quello che deve, dirà che era in contatto con noi e basta… 
 
– È piuttosto strano trovare una giovane ragazza che gira per un obitorio, non crede? James si strofinò nervosamente le dita.
 
– Oh, che palle! Non credo ai fantasmi, -rispose Max, temendo ad accettare i propri pensieri. Il vestito bianco e le ciocche di capelli lussureggianti svanirono nel corridoio.
 
Era stata una notte soffocante. Max contò le zanzare che turbinavano sulla lanterna bassa e moderna della piazza. James piangeva sommessamente. 
 
Bisognava agire, ma come? James aveva bisogno di dormire almeno per dare a lui, Max, qualche informazione. All’ospedale non sarebbe stato permesso di entrare ora, e interrogare Giusi nel suo stato pre-ictus sarebbe stato come minimo tentare un altro crimine. Non sa ancora che Martine è morta al piano di sopra ore fa. E il veleno con cui è stata avvelenata la ragazza potrebbe essere stato destinato a Giusi
“Dovremmo avere una sicurezza 24 ore su 24 per il reparto”,- pensò Max.
 
Soffiò gli anelli di fumo della sigaretta e sbirciò attraverso di essi verso il retro della piazza. Lì vide una coppia di innamorati che passeggiava lentamente sotto gli alti alberi. L’uomo stava chiaramente spiegando le costellazioni alla ragazza. Max sorrise. Lui e Anna guardavano spesso le stelle. Con un telescopio in soffitta, però. A lui non piaceva camminare, ma ad Anna piaceva sia camminare che viaggiare…
 
Max capì che non c’era altro modo di sottrarsi, e non ce n’era bisogno: l’incontro era comunque inevitabile… Anna era ormai l’unica persona che poteva dargli immediatamente informazioni sulla giornata di oggi, sui suoi colleghi e così via. E poi era da tanto tempo che non la vedeva…
 
Max prese il telefono e compose il numero di Anna, reprimendo un sussulto di nostalgia alla vista del suo nome.
 
Anna lasciò cadere la chiamata. Dopo aver riflettuto per qualche secondo, Max ricorse all’ultima risorsa. Scrisse rapidamente e inviò ad Anna un messaggio vocale. Non c’era tempo per rimandare, dava cento a uno le possibilità che Anna rispondesse alla sua richiesta.
 
Aiutò James ad alzarsi dalla panchina e lo trascinò verso la macchina. James, svegliatosi, fissò Max a lungo, apparentemente vedendo finalmente che il detective aveva indossato il pigiama per tutto il tempo.
 
Capitolo 9. Sogno di Giovanni
 
Giovanni si sedette sul letto e ancora una volta ebbe una lunga conversazione con la donna. Sapeva che si trattava di un sogno che lo tormentava da tempo, probabilmente anche da molto tempo, non riusciva a ricordare con esattezza. Quella notte lei indossava una tuta da ginnastica estiva. A volte la sognava in abito da sera. Ma per qualche motivo indossava sempre una maschera, come in un luna park. Non riusciva a vedere il suo viso. Poteva vedere solo le sue labbra. Un rossetto brillante, un bel sorriso. Sorrideva sempre.
 
– Eppure, non era colpa mia. Vede, non potevo fare nulla”, -insistette Giovanni a bassa voce.
 
La signora si alzò e uscì silenziosamente dalla stanza. Bella, veramente aggraziata, sempre impeccabile. Anche nel sonno si può sentire il suo profumo.
 
Giovanni la seguì, passarono nel salone e all’improvviso sentì distintamente il pianto di un bambino e lo scalpiccio dei suoi piedi sopra il soffitto. La signora indicò il soffitto e fece un cenno di rimprovero. Poi, come al solito, andò alla finestra e guardò fuori. Anche Giovanni guardò. Fuori dalla finestra si estendeva la città di notte, coperta di luci e con lo strano edificio bianco e ondulato della nuova stazione ferroviaria. La donna aprì la finestra, salutò Giovanni con un cenno noncurante, poi allargò le braccia come un uccello ed entrò nel buio….  
 
E ora Giovanni era in bagno, con il cuore che batteva forte, contro la sua stessa vita. Si lava con cura la vernice rossa dalle mani, che sembra sangue, e gli restano sulle mani macchie e piaghe rosse che non è riuscito a lavare in alcun modo…
 
Svegliato dal suono della sirena dell’ambulanza, Giovanni accende la luce notturna… Le mani gli prudono terribilmente, come di solito accade quando la psoriasi si infiamma, ma non può alzarsi e andare in bagno a prendere la crema, non osa attraversare il soggiorno. Gli sembrava che il visitatore notturno fosse lì, nel soggiorno… In attesa di ucciderlo. 
 
Nel frattempo, dall’altra parte della città, Francesco stava parcheggiando la sua Giulietta rossa davanti alla casa di Anna. La ragazza gli accarezzò civettuolamente la mano e mormorò i suoi ringraziamenti, poi improvvisamente chiese:
 
– Senti, ma alla fine cosa è successo tra te e Veronica? Credo che sia ancora arrabbiata con te. Forse hai esagerato. Ti ha solamente chiesto di uscire a pranzo e tu l’hai respinta con tanta maleducazione.
 
– “solamente chiesto di uscire a pranzo”?! – Francesco si sentì soffocare dall’indignazione e sbottò: sono mesi che mi perseguita! Ci siamo frequentati, o meglio incontrati un paio di volte e poi basta. Niente amore, non ha preso piede. Però dopo L’ho incontrata ovunque: a casa, in palestra, persino nel bagno degli uomini al lavoro, e guarda quanti messaggi mi ha mandato su Internet..
 
Francesco fa per prendere il telefono, ma Anna lo ferma:
 
– Senti, dimostrare le lettere è l’ultima cosa da fare… Il sentimento è… una cosa paricolare, nessuno si innamora di sua iniziativa, l’amore è un caso. Così come la vita stessa. Siamo tutti nati per caso, in un certo senso, e non moriremo per caso..
 
– Sì? – Francesco si allontanò da Anna e la guardò con non celata sorpresa, come se stesse valutando il grado di follia della sua collega.
– Per essere una russa,  hai  veramente una scarsa tolleranza all’alcol, -disse con sollievo e aggiunse con impazienza:
-A volte rinunciare all’amore è una scelta consapevole e giusta. E a volte è l’unica. Buona notte e ancora buon compleanno.
 
 
La “Juliette” rossa partì. Anna la guardava pensierosa, ma attraverso i residui inebrianti del divertimento era difficile per lei capire cosa volesse dire Francesco. E poi notò un nuovo messaggio… Sorrise amaramente ai suoi pensieri attraverso la nebbia dell’intossicazione (due cocktail forti e poi qualcos’altro da bere…?) e chiamò un servizio di taxi… 
 
 
…Era passata la mezzanotte quando Max stava fumando sul portico, ha notato il taxi in arrivo ed  uscì sulla strada. Aveva il portafoglio in mano; pagò generosamente il tassista e osservò che nessuno avrebbe dovuto sapere di questo viaggio perché la signora era sposata. 
 
 
– Perché hai detto che sono sposata?! – Anna si indignò e, barcollando sui tacchi alti, si diresse familiarmente verso la terrazza. Voleva sedersi su una sedia di vimini, ma Max la prese abilmente per la vita e la condusse in casa: non aveva bisogno che i vicini sentissero la loro conversazione.
 
Anna osservò capricciosamente che il caldo era finalmente cessato e che sarebbe stato meglio per loro rimanere sulla terrazza, per respirare l’aria notturna. Max riuscì a stento a reprimere la sua eccitazione alla vista della sua figura esile e plastica alla luce della lampada da terra.
 
– Siediti sulla sedia, sei ubriaca”, disse il più arrabbiato possibile.
 
Anna si sedette sulla poltrona in modo un po’ sfacciato, prese la sigaretta e, con la sua intrinseca indifendibilità, l’accese e sorrise sorniona.
 
Max non riuscì a trattenersi e chiese con un tono infido e morbido:
 
– Qual è l’occasione?
 
– Non ti ricordi? – Anna mise la gamba sopra la testa.
 
Max si sentì impallidire: come poteva dimenticare!
 
– Non era in agosto? – chiese a malincuore.
 
Anna scosse la testa negativamente e sorrise tristemente, reprimendo a stento uno sbadiglio.
 
-A luglio… domani… Così potremo continuare a festeggiare.
 
Non c’era motivo di rimandare. Cogliendo l’attimo, Max andò rapidamente in cucina, tirò fuori una bottiglia di champagne e due bicchieri. Sistemò abilmente il tavolino sotto lo sguardo attento e un po’ sornione di Anna. Poi, con una goffa torsione della gamba, vi crollò letteralmente sopra, versando il costoso champagne sulla sedia e sulla ragazza stessa.
Anna si liberò da lui con uno stridio, smaltì improvvisamente la sbornia, mormorò qualcosa di rabbioso in russo e si precipitò in bagno. Pochi secondi dopo, non appena si sentì il rumore dell’acqua, Max si precipitò alla porta e bloccò abilmente la serratura dall’esterno.
“Non c’è da indugiare, datti una regolata, non c’è altra via d’uscita, è il tuo lavoro”,- ordinò Max a se stesso.
 
 
Recuperò rapidamente il telefono dalla borsa di Anna e si precipitò nel suo ufficio al primo piano. Lì, tra centinaia di telefoni diversi, accuratamente ordinati in scomparti, estrasse esattamente lo stesso cellulare, lo graffiò e lo mise sulla cover del telefono di Anna, poi scese in salotto e lo posò sul pavimento con il display abbassato accanto alla borsa della ragazza. Proprio in quel momento sentì il rumore dell’acqua nel bagno che si affievoliva. Aspettò che Anna, dopo aver tentato invano di aprire la porta, cominciasse a chiamarlo, e con calma le gridò:
– La porta è di nuovo bloccata! Vado in garage a prendere
– La porta è di nuovo bloccata! Vado in garage a prendere degli attrezzi, abbiate pazienza.
 
Ai commenti indignati della ragazza si precipitò fuori, ma invece di andare in garage andò alla cassetta della posta fuori dalla recinzione della casa. Vi inserì il telefono di Anna e inviò un messaggio standard al suo subordinato: “L’oggetto è al suo posto, prendilo, ma con calma. Controlla completamente la padrona di casa, fai rapporto ogni mezz’ora, cerca di finire per domattina”.
 
Anna uscì dalla vasca a piedi nudi con la maglietta verde chiaro di Max che le arrivava quasi alle ginocchia. Gemette e si precipitò a raccogliere la borsa dal pavimento.
 
– Oh, mio Dio, il telefono deve essersi rotto! Non fai altro che creare problemi.
 
Max prese con calma l’apparecchio dalle sue mani e se ne accorse:
 
– Forse si è solo scaricato. Prova a caricarlo durante la notte.
 
Anna sbuffò stizzita, dicendo che non aveva intenzione di passare la notte a casa sua e che il caricabatterie era rimasto in macchina.
 
– Hai guidato oggi? In queste condizioni? – Max sentì nel suo intimo che la domanda era giusta.
 
– Certo che no, tesoro, ci tengo alla mia patente”, rispose Anna con decisione. – Francesco mi ha dato un passaggio.
 
– Francesco, Francesco…” Max corrugò attentamente la fronte, come se quel nome gli fosse familiare.
 
– È il mio collega. Quello con i capelli rossi, forse, l’ha visto un giorno nel nostro ufficio?
 
– Forse”, rispose Max con sicurezza, anche se era stato nell’ufficio di Forza solo una volta, e solo a notte fonda.
 
– Non era seduto accanto a Martina? Così bella, l’amica di James?
 
Anna lo guardò attentamente e confermò con una punta di gelosia:
 
– Con Martine, sì. Una ragazza così magra con il viso di una zingara dai capelli ricci.
 
Max non poté fare a meno di sorridere e osservò:
 
– “Se vuoi conoscere i difetti di una ragazza, lodala davanti ai suoi amici”. Sapete chi l’ha detto?
 
– L’hai detto tu. 
 
– Sì, Benjamin Franklin l’ha detto prima di me. Franklin… Quindi anche Francesco era ubriaco?
 
-Leggermente. In realtà era sconvolto, arrabbiato, persino caustico. E filosofeggiava sull’amore e sulla morte.
 
Max trasalì. Anna rise della sua reazione.
 
– Non preoccuparti, non c’è nessun accenno al suicidio per un amore infelice. Credo di essere stato io a iniziare la conversazione in macchina. È solo che c’era una ragazza con noi, che ci provava spesso con lui, sai… La ragazza era una specie di corrente alternativa: tempie rasate, vestiti ruvidi. E lui era così pulito, un figlio di papà, proprio come te”. – Anna rise allegramente e aggiunse: Quindi non ha funzionato tra loro. Ma Veronica prova ancora qualcosa per lui, anche se sembra arrabbiata e allo stesso tempo non riesce a resistere, sai com’è?
 
– Ecco come… Interessante. Lo perseguita?
 
Dalla rapidità con cui le sopracciglia accuratamente sollevate di Anna si alzarono, Max capì che non si sbagliava.
 
– Secondo Francesco, sí, spiegò Anna diplomaticamente. – per un po’, poi aveva smesso. gli ha scritto sui social, ma niente di criminale. Credo che lui fosse solo preoccupato per eventuali pentegolezza al lavoro. È, insomma, un impiegato perfetto. E un sicofante.
 
Max ha riso.
 
– Si é lamentano di te con il capo una volta?
 
– Sì, ma ora siamo amici.
 
 

Max provò una fitta di gelosia, troppo passionale nei confronti di un collega, anche se non lusinghiero.

– È più giovane di te?

Max vide le labbra di Anna contrarsi per un attimo, ma subito dopo scoppiò in un sorriso e rispose con dolcezza:

– Sì, ha ventotto anni, come Martine. Sono andati a scuola insieme. E Veronica ha la mia età. I nostri dipendenti hanno tutti età diverse, ma siamo amici. Ci divertiamo e spesso organizziamo qualcosa, come una partita di calcio o un ristorante. Solo che molte persone sono gelose di Martina e, da quando è partita per l’Australia, c’è stato un certo raffreddamento nel team. Dopotutto, probabilmente sapete come è andata a finire, ve l’ha detto James?

– Cerchiamo di non parlare di lavoro. Cerchiamo di distrarci, sai”, Max chiuse stancamente le palpebre e si strofinò la tempia destra, intuendo che Anna sapeva di che tipo di “distrazioni” stesse parlando.

 Posso immaginarlo. – Anna gli rivolse uno sguardo gelido, alzò i piedi e continuò incrociando le braccia sul petto. – Francesco si stava preparando per un viaggio di lavoro in Australia, doveva partire per un anno. Immaginate che occasione! Si era preparato con molta cura, aveva terminato alcuni corsi di inglese e così via. Poi, all’improvviso, l’ufficio del direttore gli dice che ci congratuliamo tutti con Martina per l’approvazione dell’incarico a Sydney. Francesco si reca dalla direttrice, ma lei gli spiega con calma che è nell’interesse dell’azienda e che Martina andrà comunque. Ma sappiamo che Martine è l’amante di Giacomo, che ha preso la decisione. È tutto molto banale. James ha avvicinato a sé la sua giovane amante e Martina, oltre a un ricco e affascinante spasimante, ha avuto la possibilità di fare carriera e guadagnare denaro.

Max esaminò Anna con attenzione; lei assunse una posa rilassata, appoggiando la testa sul pugno. Ovviamente, questa storia non l’aveva né irritata né turbata, e nemmeno divertita.

– Allora, ti piace questo stato di cose? – chiese Max.

– Penso che sia stato sufficiente mandare Francesco in Australia con Martina. Erano un sacco di soldi, ma almeno non era un grosso problema. Al contrario, tutti avrebbero pensato che Martina e Francesco fossero una coppia… E poi gli è stato promesso e ha speso i soldi in inglese e documenti. Non mi sembra giusto.

– E il fatto che James abbia una moglie e due figli non disturba nessuno?

Anna si fermò per un lungo momento, poi guardò dolcemente Max e fece un’osservazione ingraziante:

– James ha divorziato qualche mese fa. Non lo sapevi?

Capitolo 10. Il sogno di Francesco. Nuova vittima.

Francesco sognava la costa di Miami. Il sole brillante era piacevolmente accecante e attraverso le ciglia poteva vedere le sagome di ragazze in bikini colorati e le vele triangolari delle barche che scivolavano sulle onde. Francesco voleva prendere una di queste barche e farla navigare da qualche parte, per esempio su un’isola. All’improvviso ebbe la chiara visione che c’era un’isola che lo aspettava da qualche parte nelle vicinanze: piccola ma bella, con alte palme, amache e ragazze sorridenti e gentili con la pelle color cioccolato.

Camminò verso la luce, dritto verso il mare. Sentiva già il rumore delle onde quando una voce femminile familiare chiamò il suo nome. Si guardò indietro… 

Martina… Abbagliante, in bikini rosso, era in piedi in una posa da modella del concorso di Miss Italia che Francesco aveva visto in televisione. Ma non sorrise, si limitò a fargli cenno di avvicinarsi con la mano. Francesco sentì il calore del corpo di Martina e volle davvero cedere all’impulso di accoccolarsi a lei, di abbracciarla come aveva fatto l’unica volta che erano stati veramente insieme.

Ma il bagliore del sole lo distrasse. Eccolo lì, il mare e un nuovo orizzonte luminoso…

Francesco camminava velocemente, sentendo lo sguardo di Martina su di lui. Senza voltarsi, camminava così velocemente che quasi non toccava terra. Con un brusco salto volò fino alla poppa della barca, si voltò indietro e improvvisamente vide il volto di Martine congelato con un’espressione di orrore e le sue mani teatralmente strette – come in un episodio di un film muto. Era molto sorpreso. Cosa poteva averla sconvolta così? Poi ci fu l’improvviso balzo della barca sulle onde, il cielo si capovolse agli occhi di Francesco, e l’inquietante scroscio del ferro annegò le parole di addio di Martine.

“Giulietta Rossa” ululò e si accasciò di lato. La rossa si appoggiò impotente ai resti della finestra. L’alba sferragliava, ma come si sarebbe appurato in seguito, la prima auto sulla stretta strada di montagna sarebbe apparsa solo due ore dopo.

 “Un uomo deve condividere il destino di colei che ama”, aveva detto una volta Anna, che ieri sera aveva letto i classici russi. Citando qualcuno. Veronica, senza sosta, rielaborava nella memoria gli eventi della serata, che si erano consumati nella notte con la stessa rapidità con cui l’alba di luglio lecca via i resti del sonno con i suoi raggi caldi. A un certo punto si fissò e fece roteare il cellulare tra le mani. Cosa ci vuole per scrivere un piccolo messaggio? O anche una telefonata…? Pochi centesimi e qualche cellula nervosa…

Veronica mise via il telefono e si alzò. Terribilmente affamata… Preparò una tisana leggera e mangiò avidamente una focaccia dietetica. Poi riprese il telefono e, ignorando la paura lancinante come il dolore di una frustata, compose il numero di Francesco… Il telefono era muto. Veronica tirò un sospiro di sollkievo e mise via il cellulare; la stanchezza cominciò ad avvolgerla e le sue gambe pesanti vagarono da sole verso la camera da letto.

Tuttavia, non riuscì ad addormentarsi. Pochi minuti dopo il telefono squillò disperatamente. Veronica afferrò rapidamente la cornetta, ma dall’altra parte c’era una voce completamente sconosciuta… Il poliziotto si presentò con calma e chiese a Veronica di presentarsi. Poi chiese chi fosse a Francesco Rossi. Veronica non riuscì a sentire il resto…

Come in preda a un delirio, scese nel cortile. Lì si avvicinò oziosamente alla sua auto e rimase accanto ad essa per qualche minuto, come se non sapesse cosa farne. Poi sentì le risate dei bambini, che la fecero uscire dal suo torpore: due bambini neri che si divertivano sotto il sole non ancora caldo. La loro madre, una donna di pelle scura, un po’  paffuta con i riccioli in testa, dondolava con noncuranza la gamba sulla panchina e canticchiava qualcosa, guardando Veronica con occhi di ghiaccio e la salutava.

Veronica, come incantata, si avvicinò a lei e si sedette accanto a lei. Il sole le bruciava il viso e la sua coscienza congelata cominciò improvvisamente a svegliarsi, riconoscendo il cortile e l’erba verde e la giornata che doveva essere vissuta in qualche modo.

Parte 2 . Due volti di Eva

Capitolo 1. Una mattina difficile. 

Allora, cos’è l’amore?

Un salto da un’alta riva nell’abisso, o un mare azzurro, direte voi…, o un tornado, o una danza che ti fa girare a una velocità indescrivibile. Dirò che l’amore è infanzia. In amore siamo felici come bambini che catturano un coniglietto sul muro della cameretta in una mattina di primavera. Nell’amore piangiamo come i bambini – nel loro infinito dolore per un giocattolo rotto o per una madre che non arriva mai…

Due bambini di questo tipo dormivano serenamente sotto un lenzuolo leggero di cotone rosa pallido purissimo. Max è infantilmente rannicchiato e russa forte, Anna, invece, è appoggiata all’indietro nel sonno con le mani dietro la testa, i suoi capelli scuri sembrano dorati dal calore sporgente della luce del sole.

Sospirò nel sonno e rabbrividì leggermente, come per il freddo. Max aprì gli occhi e si rigirò sulla schiena. Veniva sempre svegliato dal minimo movimento o suono, quindi era raro che una donna passasse la notte con lui.

Girò la testa e guardò Anna. Nonostante il caldo, era quasi completamente coperta da un lenzuolo. Guardò avidamente le sue spalle abbronzate, incorniciate da riccioli scuri, e la sua bocca leggermente socchiusa nel sonno, e la tirò a sé. Anna si accoccolò a lui e, mezza addormentata, cominciò a baciargli il mento. Max la afferrò come una piuma e la mise sopra di lui. Il lenzuolo fu completamente tolto e Anna rise, finalmente sveglia. Arruffò i capelli di Max e lo baciò leggermente sul naso. 

-Ti ricordi quando avevo i capelli corti?” chiese civettuola.

-Certo”, sorrise Max. Eri bionda quando ci siamo conosciuti. Lei era bionda quando ci siamo conosciuti. Si vedeva che eri straniera. Perché me l’hai chiesto?

-Allora, mi sono ricordata… Voglio cambiare il mio “look” e tornare al mio vero ruolo di “donna vampiro”, – Anna gettò via il lenzuolo e si mise sul letto a figura intera. – Passami la maschera! 

-Max sobbalzò dalle risate e prese la maschera sul comodino:

-Volevo chiederti ieri: perché hai la tua maschera di Halloween nella borsa?

-Così l’ho presa per te, tesoro”, quasi borbottò Anna, e lentamente si provò sul viso la maschera nera, nel cui pizzo si poteva a malapena distinguere la sagoma di un pipistrello. 

– Vado un attimo a fare la doccia”, socchiuse gli occhi verdi da gatta e saltò giù dal letto. Max le lanciò un’occhiata e si appoggiò allo schienale con impazienza. 

Guardò lo specchio sull’anta dell’armadio, che rifletteva il corridoio, e fu sorpreso di vedere che i capelli di Anna sembravano arricciarsi in stretti riccioli neri, e la sua figura sembrava piuttosto sottile, quasi trasparente, come se non fosse lei…. Le viscere di Max si raffreddarono in qualche modo… “Non è Anna? “

Pochi secondi dopo si udì uno strillo acuto.

Max saltò giù dal letto e si precipitò in bagno.

L’immagine che ne emerse fu comica senza conoscere il leitmotiv di ciò che stava accadendo.

James, in stato di semi-abbandono, era seduto per terra in una posizione ridicola e persino spaventosa che ricordava un uomo morto. Era appoggiato al termosifone, con la testa che penzolava inerme sul petto.

Accanto a lui c’erano una bottiglia di vino non finita e un coltello da tavola.

Anna, completamente nuda, si rannicchiò terrorizzata contro il box doccia,

che per qualche motivo si copriva la bocca con un piccolo asciugamano.

Max si avvicinò all’amico per essere sicuro e controllò il polso sul collo con due dita.

– Sì”, disse ad Anna.

Anna si avvicinò a James e prese il coltello con la mano avvolta nell’asciugamano. James gemette, aprì gli occhi e la guardò dritto negli occhi. Anna gridò e saltò fuori dal bagno.

Max iniziò a sollevare James dal pavimento, con estrema difficoltà.

Mezz’ora dopo James era serenamente addormentato all’ultimo piano. Max stava preparando la colazione.

Anna fumava, cosa insolita per lei al mattino, e si accigliò: gli eventi della notte precedente le tornavano in mente e seminavano un vago disagio. Provò a chiamare Francesco, ma il telefono era spento. Veronica non rispose al telefono.

– Sono preoccupata”, disse nervosamente a Max. – Ieri c’è stata una grande festa e quella conversazione in macchina con Francesco. E ora nessuno risponde al mio telefono… E per qualche motivo il telefono è di nuovo quasi vuoto”.

Max provò un rimorso di coscienza, era riuscito a malapena a cambiare il telefono e non c’era la possibilità di ricaricarlo. Non vedeva l’ora di leggere i rapporti del suo assistente.

Oltre alle indagini sull’omicidio, era interessato anche alla vita privata di Anna.

– Forse dovrei chiamare Martine? – annunciò improvvisamente la ragazza. – Ieri non era con noi, ma forse sa qualcosa?

Max si bloccò sulla padella con la spatola di legno in mano.

Prima avrebbe dovuto leggere il rapporto su Anna e sui suoi movimenti e contatti di questi giorni, ma non c’era via d’uscita. “Almeno potrò vedere la sua prima reazione”, pensò tra sé e sé.

– Non chiamare”, disse con fermezza.

– Perché no? – La voce di Anna tremò.

– Non chiamare Martine: è stata ricoverata in ospedale ieri. –

– Sì!? – Sul volto di Anna compare un’espressione di sorpresa. – Cosa le era successo?

Max non riuscì a sopportare il suo sguardo interrogativo e iniziò a parlare con voce sommaria, distogliendo lo sguardo:

– È stata ricoverata in ospedale in gravi condizioni. Non ha mai ripreso conoscenza.

Anna gli si avvicinò e lui vide che il suo volto era diventato bianco per l’orrore.

Continuava a fissarlo a bruciapelo, senza dire nulla.

Max la guardò negli occhi e concluse dolcemente:

– Martine è morta durante la notte.

Per qualche secondo Anna rimase inebetita, poi si sedette su una sedia e per qualche motivo si premette le orecchie con le mani, come se si rifiutasse di ascoltare.

Max non riuscì a sopportarlo e, in barba alle leggi dell’etica professionale, la abbracciò e fu sollevato nel sentirla singhiozzare.

Lasciando Anna alle cure della madre e di un James in via di guarigione, Max si precipitò nel suo ufficio in soffitta per esaminare con calma tutti i rapporti dei suoi subordinati sul caso dell’omicidio Forza. Era particolarmente interessato al rapporto sulla vita privata di Anna.

Max era un pedante e anche in circostanze estreme, secondo lui, tutto doveva essere in perfetta forma: unghie, camicia, profumo, un corpo fresco e sano e un cervello fresco e sano. Quindi, come al solito, si mise accuratamente in ordine prima di mettersi al lavoro.

Interrogazioni e un po’ di oleandro

Quindi, prima o poi diciamo “dunque” e facciamo un bilancio. Non è un esercizio molto gratificante, ma è raro che qualcuno lo eviti. In ogni situazione, prima o poi arriva un momento di chiarezza.

“Итак”(dunque in russo) era una delle poche parole che Max aveva imparato in russo, il che era estremamente accattivante per Anna. Max si sentiva straordinariamente calmo, come se qualcuno avesse messo in ordine il suo mondo interiore, dipinto le pareti di bianco e lavato i pavimenti a lucido. Di tanto in tanto gli tornavano alla mente i ricordi della sua prima giovinezza: la primavera, il sole, gli amici, una sorta di gioia, un’esaltante sensazione di libertà, quando tutto dipendeva da te…

Anna era libera. Sì, alcuni piccoli intrighi sono scivolati nel rapporto, anche nell’ufficio stesso, alcuni dettagli nel rapporto non erano del tutto chiari. La strana amarezza di Anna nei confronti di un certo Giovanni, che non figurava nell’elenco dei dipendenti di Fòrz, e Max non ricordava che Anna o James lo avessero nominato. Tuttavia, in una corrispondenza di Anna con un’amica il nome di Giovanni persisteva… Qui era in ufficio e Anna era sul punto di mettersi in malattia o in ferie proprio per evitare di vederlo, qui l’amica le consigliava di parlargli, poi per qualche motivo la chat pullulava di termini medici. E chiaramente qualcosa di importante veniva taciuto, come se qualche episodio fosse stato omesso dalla corrispondenza… 

Max si sfregò la fronte, sentendo una scarica di irritazione. Cercò di cogliere una fitta di gelosia, ma no, nonostante l’evidente legame di Anna e Giovanni, che – quando c’era e c’era ancora – teneva chiaramente a bada entrambi. Il discorso di Anna su di lui puzzava di freddezza carceraria e di mancanza di speranza. Che cosa veniva taciuto e così delicatamente evitato da tutti coloro che corrispondevano con Anna a proposito di questo ragazzo? Max cercò di scrollarsi di dosso le vaghe congetture, che gli sembravano troppo inverosimili o addirittura cinematografiche.

L’enorme parcheggio nella luce della sera sembrava a Max un cimitero di cemento quasi deserto, nuovo di zecca, con perfetti segni bianchi, congelato in attesa di nuove vittime. Parcheggiò l’auto accanto all’ingresso dell’edificio e accese nervosamente una sigaretta. Uno sgradevole brivido appiccicoso percorse le spalle di Max, mentre la cicatrice sul braccio destro lo trafiggeva familiarmente. Max percepì che c’era qualcun altro nel parcheggio oltre a lui, come se lo sguardo di qualcuno stesse osservando Max in modo intenso e beffardo…

Si guardò bruscamente intorno, ma vide solo un’ombra che tremolava nella parete a specchio dell’edificio scuro.

– Un uccello”, pensò tra sé. – Probabilmente un temporale…

– Amico! – Una voce sprezzante con accento africano lo chiamò. Max si guardò intorno e vide al centro del parcheggio la figura alta di un ragazzo dalla pelle scura che indossava una maglietta blu slavata di molto tempo fa. – Come va, amico? – chiese lo sconosciuto, rimanendo al suo posto, sorridendo compiaciuto e nascondendo la mano dietro la schiena.

Max valutò rapidamente la situazione: il ragazzo era chiaramente solo e della sua stessa corporatura. Ma il detective non voleva correre il rischio…

– Niente, poteva andare meglio”, strizzò l’occhio allo sconosciuto in modo amichevole e, sopprimendo tutto il suo snobismo per fascino naturale, uscì dall’auto e gli si avvicinò. – Potremmo andare a bere qualcosa, ma qui è deserto. Nessun caffè, nessun bar, non c’è un’anima in tutto il paese.

– Neanche un’anima”, fece eco lo straniero, guardando tristemente negli occhi di Max. Lui distolse involontariamente lo sguardo. E poi ci fu un rombo selvaggio…

Come al rallentatore, Max si voltò e vide uno schizzo di vetro scuro dalla vetrina del negozio piovere sulla sua auto e sul punto in cui lui stesso era rimasto fermo pochi minuti prima.

In stato di shock si avvicinò all’edificio. Era meglio non guardare l’auto. Ma la cosa più sgradevole era il grosso pezzo di vetro appuntito a terra e, accanto ad esso, il mozzicone di sigaretta ancora fumante di Max. La gola si sentiva così secca che il detective pensò improvvisamente di stare per svenire. Si guardò intorno per cercare lo sconosciuto dalla pelle scura, ma non c’era traccia di lui. 

Uno squillo disperato del telefono lo fece uscire dal suo torpore, ma non riuscì a raccapezzarsi e a rispondere.

– Oh, mio Dio! Si sente bene? – La voce dell’uomo era piacevolmente sicura.

Max si voltò e vide un uomo alto, dai capelli scuri, tra i quaranta e i quarantacinque anni, di corporatura atletica, vicino alla nuova jeep bianca. L’uomo tese la mano, su cui brillava modestamente un Rolex, e si presentò: 

– Stefano Fedele.

Max finalmente rinsavì e si presentò anche lui.

Stefano era stato piacevole fin dai primi minuti della conversazione. Una sorta di gentilezza naturale, unita a un torso muscoloso e a una costosa noncuranza nel vestire. Faceva parte del suo carattere, oltre che di una caratteristica puramente professionale. Di norma, le donne in sua presenza cominciavano a sorridere stupidamente e a parlare con voce infantile, gli uomini più anziani lo trattavano in modo paterno, i coetanei erano gelosi in modo non aggressivo, cercando di fare amicizia. In fondo, Stefano stesso si era stancato da tempo del proprio fascino ed era profondamente deluso da chi lo circondava, ma non poteva vivere in altro modo, e viveva abbastanza bene. Oggi, sabato, era arrivato da un’altra regione per un caso che per lui era facile e piacevole. Anche se, ovviamente, indagare sugli omicidi non rientrava nei suoi piani di lavoro, ma era interessante. Stefano sospirò mentalmente. Negli ultimi anni si era sorpreso sempre meno.

Nell’edificio di Forza tutto il personale era in trepidante attesa. La notizia che Martina era morta e che Giusi era ricoverato in gravi condizioni in ospedale si era diffusa rapidamente. E poi la notizia che Francesco si era schiantato con la macchina. 

Anna non riusciva a trovare il suo posto. Ricordava di aver guardato le foto con Martina e di come Giusi li avesse raggiunti in seguito. Una giornata perfettamente normale che era finita in modo così orribile.

Il suo pensiero fu interrotto da Veronica, che arrivò, come al solito, in ritardo. Dal suo aspetto era evidente che aveva passato una notte insonne.

– Oh”, disse,  povero Francesco. È terribile. Sono completamente fuori di testa oggi. Non sono riuscita a dormire. Non posso crederci. James è  già arrivato! Cosa ci fa Stefano qui? 

Stefano Fedele era il direttore commerciale di un importante cliente di Forza nella regione vicina. Doveva essere qui per una riunione lunedì, ma per qualche motivo era arrivato ora . “Chance  commerciali”, – direbbe Martina, alludendo a un film erotico d’epoca della giovinezza di Stefano.

Anna si sforzò di reprimere l’isteria che le cresceva dentro, cercò di distrarsi. Il suo sguardo si fissò involontariamente su Stefano. Un uomo molto interessante. Tutte le donne erano prese da lui. Di tanto in tanto voci e speculazioni lo accompagnavano. E quando i gruppi di donne si riunivano, c’era una risatina sciocca. 

– Anna, chi c’è con loro? Il terzo? – Anna si rese conto di non aver ascoltato Veronica.

– Sì, uno che conosco, un detective privato. Anche James lo conosce. Lo ha portato qui per fare un po’ di indagini. Prima di tutto, siamo un’azienda internazionale e ci sono due morti contemporaneamente. Avranno paura di rovinare la reputazione. Devono aver portato questo Stefano, che farà parlare chiunque… Sa bene parlare .. e corrompere, naturalmente. Non so per chi lavori: per il suo capo o per il nostro.

– Lavora per se stesso, é un traditore, come tutti gli altri”, – osservò Veronica cupamente. E chiese: E Francesco? Cosa vuol dire due morti? Aveva una donna in macchina? Una prostituta?

– Ma di cosa stai parlando! – Anna ha gridato. – Non sai ancora tutto. Non so nemmeno come dirtelo. – Anna si sfregò nervosamente le dita. – Ieri Francesco non è stato l’unico a morire. Giusi è in ospedale, ma dicono che la crisi è stata scongiurata. Ma Martina… – Le lacrime le sgorgarono dagli occhi.

– Non può essere vero ! – disse Veronica e scoppia a piangere, coprendo il viso con le mani come fosse una bambina:

 – È tutto così strano. Certo, con tre persone contemporaneamente in un posto. È chiaro che saremo interrogati… Non mi piace essere interrogata”, disse con voce isterica. – Mi perdo completamente in mezzo a tanta gente.

– Calmati. Nessuno interrogherà nessuno. Faranno solo qualche domanda. Inoltre, non hai nulla da temere, ovviamente non è colpa tua. È solo inconcepibile che questi tre possano essere d’intralcio. È chiaro che c’è qualche psicopatico in giro… Martina è appena tornata dall’Australia, chi poteva desiderare la sua morte?.E non è nemmeno chiaro se ci sia stato un vero omicidio. Forse Martina aveva  problemi di cuore…E allora perché Giusi e Francesco?  Francesco ha bevuto ieri sera, ma sembrava completamente sobrio. Non capisco. – Anna si rese conto che stava parlando più a se stessa. I suoi pensieri ad alta voce… Notò che Veronica era molto spaventata, molto pallida, le tremavano le mani. Era vestita in modo casuale, la gonna era storta, i cappelli disordinati. “Sì, certo che era preoccupata per Francesco. Era così affezionata a lui… Che cosa terribile, un ragazzo molto giovane. Aveva un viso così infantile” – le lacrime le rigavano il viso, Anna  non cercava più di trattenerle. Una volta uno psicologo le aveva consigliato di imparare a convivere con le proprie emozioni, non di reprimerle.

La porta dell’ufficio di fronte si aprì. 

– Anna, per favore, vieni qui”, disse Max e le sussurrò dolcemente all’orecchio: Asciugati le lacrime ed entra. Di’ la stessa cosa che mi hai detto ieri. Tutto così com’era, senza nascondere nulla.

– Ciao, Anna”, disse Stefano. – Vogliamo farti alcune domande. Stiamo interrogando tutti coloro che hanno avuto contatti con Martina, Francesco e Giussi. Questa è ancora un’indagine privata. Martine e Francesco purtroppo sono morti. Giussi è in ospedale, ma sta molto meglio e ha già fatto piangere le infermiere… Siamo giunti alla conclusione, e credo anche voi, che sia tutto collegato. Dobbiamo andare a fondo di quello che è successo. Chi e perché poteva volere la morte di queste persone”. 

Max notò con gelosia il modo in cui Stefano guardava Anna; non c’erano dubbi su quello sguardo. Era chiaro che non gli era indifferente. Lo sguardo era proprio quello sulla figura di lei. Le orecchie di Anna sono arrossate. Un chiaro segno della sua eccitazione. 

– Secondo le ultime notizie, Martina e Josie sono state avvelenate. Tutto il personale intervistato sostiene che quel giorno sono state ordinate diverse pizze. È vero? – Stefano continua.

– È assolutamente vero”, rispose Anna. – Qui si mangia molta pizza. Soprattutto il venerdì. Ordiniamo per tutto il personale. Questa volta è stato lo stesso. 

– Martine e Josie hanno mangiato con gli altri? – Max è intervenuto.

– No, Martine mi ha invitato a guardare le foto dell’Australia nella sala conferenze. Ne abbiamo portate alcune diverse con noi. Poi Josie si è unita a noi. Credo che anche lei abbia mangiato qualcosa. 

– Non ha avuto nessun disturbo?

– No, non ne ho avuti. La sera sono uscita con un’amica. Ho festeggiato il mio compleanno. È andata bene.

– Purtroppo Martine e Josie avevano del veleno nel sangue. Oleanin. Ne ha mai sentito parlare?

– No. Che tipo di veleno è? E quando ce l’avrebbero messo? Anch’io ho mangiato la pizza con loro. Quindi devo essere stato avvelenato anch’io.

– È questo che è strano. Perché solo loro? – James guardò Anna in modo teso. -L’oleanina è il veleno di una pianta molto bella, l’oleandro? Ne avete mai sentito parlare? È molto velenosa.

– Ne ho sentito parlare, – rispose Anna… La leggenda su questo fiore mi è piaciuta molto. Per questo l’ho ricordata. È la storia d’amore di un giovane di nome Leandro e di una sacerdotessa di Afrodite chiamata Ero. Vivevano su sponde diverse dell’Ellesponto. Ogni notte Leandro attraversava il canale per incontrare la sua amata. E ogni notte Ero accendeva una lanterna su un’alta torre, in modo che Leandro potesse raggiungerla a nuoto attraverso le onde impetuose. Ma un giorno una tempesta di una forza inaudita fece esplodere la lanterna e il vento si spense. Leandro combatté la tempesta con tutte le sue forze. Ma invano Hera lo aspettava sulla riva, gridando il suo nome. La sua voce fu soffocata dalle raffiche di vento. Al mattino la tempesta si placò e il corpo di Leandro fu portato a riva. Folle di dolore, Erode si gettò dalla torre. Nel punto in cui erano morti, cresce un albero con fiori bellissimi ma insidiosi, proprio come l’amore di Leandro ed Ero.

Stefano, Max e James fissarono Anna in silenzio.

-Tu sai molte cose su questo fiore, -disse Stefano lentamente.

– Sì, certo che ne so. Mia madre in Russia una volta l’ha piantata in casa. Cominciò a soffrire di mal di testa. Un  medico che conosceva le disse che era pericoloso tenere una pianta del genere in un piccolo appartamento. Che era la pianta a causare il mal di testa. Ero curiosa, avevo letto molto sull’argomento.

– La signora Giusi si è salvata grazie all’assunzione di un farmaco a base di veleno di oleandro, il Neriolin. Questo farmaco è usato per l’insufficienza cardiovascolare. Il veleno, come si dice, è l’antidoto. 

Ci fu una pausa. James e Stefano si guardarono con tensione. Max si allontanò da Anna, guardò fuori dalla finestra e chiese:

– Mi dica, per favore, c’era qualcos’altro di insolito mentre guardava le foto? – Max chiese.

– No, rispose Anna. – Stavamo solo guardando le foto. Poi è arrivata Giusi e si è unita a noi, ma poi non era più dell’umore giusto e se n’è andata rapidamente. Non credo che le siano piaciute le foto. 

– Cosa stavate guardando nelle foto?

– Il portatile di Martina.

– Ok, grazie! Ora puoi andare, – disse Stefano con un sorriso educato.

Anna uscì dall’ufficio. Max notò che Stefano le stava guardando i piedi. Non riusciva a staccare gli occhi dai suoi. Non si era nemmeno reso conto di quanto fosse evidente. Anche James sorrise per un attimo di sorpresa. 

Tutto il personale guardò con curiosità Anna, che era uscita dall’ufficio.. 

Per evitare domande inutili, decise di scappare nel cortile dell’edificio. Nel corridoio Max la raggiunse:

– Sei completamente pazza! Ti avevo detto di rispondere come ti avevo detto i!? Perché hai iniziato tutte quelle sciocchezze sull’oleandro?

– È solo che so molte cose sull’oleandro, qual è il problema? 

– Hai un complesso da scuola elementare? Non riesci a tenere la bocca chiusa?  Congratulazioni, ora sei  sospettata!

Dal fascicolo penale:

“Sto guardando la lapide di Ciro. Qualcuno ha portato qui dei fiori blu. Perché blu…? Sì, il ragazzo… Che incubo… Fiori al nostro matrimonio… Io e Giovanni siamo euforici… Tutti coperti di riso. C’è riso dappertutto, ho persino paura, mi sembra che il riso mi ostruisca il naso e la bocca, penso di soffocare, ma gli invitati strillano di piacere e ci gettano il riso addosso… Poi il fotografo mi chiede di fermarmi e continua a riprenderci. Mi accoccolo a mio marito, è così caldo, ricordo il calore del suo corpo e il tessuto del suo vestito. Poi si avvicina una donna. Chi è? Sembra una donna anziana. “Che bella sposa! – dice. – Posso avere un fiore dal tuo bouquet?”. Io rispondo: “Certo!”. Lei prende un fiore dal mio bouquet e mi guarda senza sorridere. Poi sparisce, si allontana… Non ricordo come se ne sia andata, ma ricordo ancora il suo volto, anche se sono passati tanti anni… Forse ci ha maledetti? Forse era una strega, uno spirito maligno? Ci credo davvero?

In che mondo sto vivendo? Dov’è la realtà, dov’è il sonno…? “

Max, Jams e Stefano erano seduti su una panchina nel cortile, mangiando una pizza che il corriere aveva appena portato. 

– Che ufficio divertente che avete qui. È come Madame Tussauds: personaggio su personaggio,- disse Stefano con un leggero sarcasmo. – Robin Hood con la balestra in ufficio. Avete una tale disciplina. A La Spezia è impossibile. Mi sorge il sospetto verso tanti Soprattutto loro tre: Giovanni, Anna… e Veronica.

– Giovanni, sì! – James era parecchio aggitato. . – Chi è, cosa è…? Un uomo misterioso. Da dove è arrivato nel gruppo dei muratori?  Nel suo fascicolo personale c’è scritto “pompiere”. Non c’è un contratto con lui, ovviamente è stato preso “in nero”, strano

Nella mia famiglia c’è uno zio affetto da schizofrenia. Ricordo bene l’inizio della sua malattia. Spesso di cattivo umore, confuso, ansioso. Questo Giovanni è proprio così. Gli occhi corrono, ha sempre ansia. Trema in continuazione e si prende le mani, ha la psoriasi sulle mani, ed è grave, badate bene. Non ha risposto chiaramente a nessuna domanda. Non ha notato nulla di strano, pensa te.. E’ evidente che sta nascondendo qualcosa e che povero ragazzino, Francesco, non gli piaceva affatto. 

– Ho più dubbi sulla ragazza strana ..Veronica, disse Stefano. – Era così malinconica, si comportava in modo isterico. Era così isterica: “Povera Martine, povero Francesco! Era così triste, non ci potevo credere. Li amava così? O li odiava? Dovremmo controllare tutti i tre. Chiedere di loro al personale. A proposito, si dice che Giusi fosse contraria alla presenza di Veronica al lavoro. Perché non liberarsi di una capa cosi fastidiosa?

– Beh, non la ucciderebbe per questo, dai – Max non lo sopportava. – Non è un motivo..

– Non dirmelo”, – lo interruppe bruscamente Stefano. – Sono un uomo divorziato. Due figli e due ex donne,  gli alimenti per tutti. Ho dieci euro in tasca a fine mese… I figli sono una  spesa. I giovani di oggi hanno richieste particolari. Mio figlio ha chiesto un iPhone  per 1500 euro. Non capisce che a papà i soldi non crescono come funghi. Deve solo averlo più bello degli altri. Non so come spiegargli che non possiamo permetterci un telefono del genere.La mia auto e la sua manutenzione sono interamente a carico dell’azienda. Se mi togliessero il lavoro, probabilmente sarei pronto a uccidere. Forse anche questa Veronica ha dei figli, forse i suoi genitori sono malati. Dovremmo controllare. È un cavallo nero. Nessuno sa nulla di lei. Nessuno ha visto la sua famiglia, quasi nessuna foto sui social media. Di nuovo, dal Sud… Forse è una latitante della mafia.

– Ma va la , ma va le, –  ridacchiò Max. – Io sono del Sud, o meglio, i miei genitori. Lei è meridionale come io sono mongolo. Giusto, sarà un criminale latitante o un agente speciale, ma non del Sud, è impossibile.

– Non lasciamoci distrarre dalle fantasie strane, lo interruppe Stefano. – Il tempo stringe, io oggi devo anche tornare La Spezia.

– Anna è l’ultima delle mie preoccupazioni. Mostra solo i sintomi di una leggera depressione. Avrà i giorni critici, capita alle donne,  – A quel punto, Stefano ha improvvisamente indossato il suo solito ruolo di maschio alfa e ha rivolto a Max e James uno sguardo paterno e accondiscendente.

– E la sua conoscenza del veleno è un capolavoro! – osservò James. – Ci ha anche raccontato la leggenda. Un aspirante assassino come minimo questa Anna. Mi ha fatto venire i brividi. È una bella ragazza, certo. Ma le belle ragazze tendono ad essere le più pericolose. Le donne… – James sgranò gli occhi sognante.

Max si appoggiò alla sedia compiaciuto, guardò James e Stefano e sottolineò non senza piacere:

– No, non ha il ciclo. Non è depressa, ve lo assicuro. Ha solo avuto un’amica che è morta. Giovane, bella, di successo. È sconvolgente, naturalmente, se sei sano di mente e soprattutto se non l’hai avvelenata tu, – Max strizzò l’occhio a entrambi, e si compiacque di vedere il volto di Stefano stravolto dall’invidia, e aggiunse con un tono più disinvolto: 

– Sì, sa tutto, viene dalla Russia. Ha un carattere romantico, legge molto. In Russia tutti leggono. Gli inverni lì sono lunghi e freddi, che altro c’è da fare? Sesso e libri. Inoltre, perché un assassino dovrebbe mostrare una tale conoscenza dello strumento del suo crimine? Al contrario, è vantaggioso rimanere in silenzio.

– Sono d’accordo, -disse James. – Perché rivelare un’informazione del genere?

– E, a proposito, della lettura di Anna, -il volto di Max era pieno di tenerezza. Quando le chiedemmo di chiarire cosa ha fatto nervosire Giusi nelle foto di Martina, che lezione di storia ci fece, ascoltate… Max ha premuto il pulsante del registratore:

“- Credo fosse una foto di Martina a Cape Byron, in Australia. Era lì abbracciata a un bell’uomo”, la voce di Anna sembrava leggermente alterata dalla registrazione. – Ma non ne sono sicuro. “Giusi è una persona molto controversa. Conoscendola per lavoro, il suo umore cambia come il tempo. Non è la più piacevole delle cape”.

– Cape Byron, – nella registrazione Max ha continuato a fare domande. – È un posto bellissimo?

– Sì, molto bello e romantico! Lì c’è l’unico faro vittoriano funzionante. È stato costruito nel 1901. È stato chiamato così in onore di James Cook.

– Come fai a saperlo? Non ci sei mai stato,- anche nella registrazione si poteva sentire la trepidazione con cui Max parlava ad Anna. 

James e Stefano iniziarono a fissare il pavimento contemporaneamente, cercando di reprimere un improvviso senso di disagio; dopo tutto, i sentimenti sinceri non mancano mai di impressionare le persone.

– Io leggo. Amo la lettura in generale. Soprattutto le cose che hanno a che fare con i viaggi. Martina ne stava parlando proprio quel giorno. Forse un giorno ci andrò a visitarlo pure io..anche in memoria di Martina, – disse Anna.

– Capisco. A proposito dell’altro Byron. Che non era un viaggiatore, ma un poeta così strano. Strana decisione quella di dare il suo nome a un profumo, dopotutto. Hai adosso un odore familiare. È quell profumo, il mio primo regalo, vero?  che sei andato a prendere tu stessa a Porto Venere?

– Sì, è il ligure Gocce di Byron. Numero tre. È una bottiglia nuova, però. Le abbiamo finite molto tempo fa. Mi piacciono. Ha un profumo incredibile! Non riesco a trattenermi, forse mi esagero. Mi mette in uno stato d’animo nautico, mi ricorda la Grotta di Byron, i suoi luoghi in Liguria…

– Anche a me piacciono molto…”, – Max spense improvvisamente e frettolosamente il nastro.

– Che cosa ti succede? Cos’è che ti turba così tanto? – Gli chiese James.

– No, niente. Non è  che mi sento felice a seguire questo caso. Sono successe tante cose. Non è stata una bella giornata.

– Hai ragione,- concorda James. Stefano fissò improvvisamente Max con sorpresa e chiese per qualche motivo:

– Da quanto tempo conosci Anna?

Max aggrottò vagamente le sopracciglia e si accese una sigaretta. Si fermò per qualche secondo, sbuffando diligentemente anelli di fumo, e poi tornò all’argomento dell’interrogatorio:

– A proposito di veleno”, – disse. – Francesco non aveva veleno nel sangue. Ora stanno controllando l’auto. Suggerisco anche di controllare le foto sul portatile di Martina. Forse c’è qualcosa dentro. Anna dice che Giusi era diventata una furia dopo aver visto le foto con loro. 

-Una  domanda: perché tutti hanno mangiato la pizza, ma solo due persone si sono ammalate?- Stefano parlava, fissava il vuoto, senza incrociare lo sguardo con qualcuno. – Potremmo guardare il video della sala conferenze. Martina, Giusi e Anna erano lì. Forse possiamo vedere qualcosa.

– Possiamo prendere in prestito un bicchiere di whisky dal bagno di Josie? – suggerì James.

– Penso che tu abbia bevuto abbastanza ieri, rispose Max. – So che sei preoccupato, ma non dovresti esserlo. Peggioreresti solo la situazione.

– Va bene,- sospirò James con amarezza.

La visione del filmato mostrava solo una cosa. Martina e Anna guardarono la foto, ridendo. Poi entrò Giusi. Ed era chiaramente disturbata da una delle foto. Era spaventata. Il momento in cui è stato aggiunto il veleno non si vedeva da nessuna parte. Da dove veniva il veleno?

La storia di Giusi
Subito dopo pranzo, Max, Stefano e James hanno avuto una conferenza via Skype con Josie, che si stava rapidamente riprendendo. 
 
– Penso che donne come lei siano difficili da ferire, figuriamoci da uccidere. È un osso duro da rodere. Sono solidale con i tuoi colleghi qui in Italia, James”, disse Stefano con ironia.
 
– Questa donna è un drago in gonnella. Sa quanto vale e non permette a nessuno di farla franca. – James rise. – I suoi colleghi sono diffidenti nei suoi confronti. Conosce il suo lavoro e sa come far rispettare gli altri. Mi piace.
 
– Buongiorno, Giusey! – Disse Stefano. – Come ti senti?
 
– Molto meglio, grazie! Se non fosse per quel cibo orribile dell’ospedale e per quelle stupide infermiere, starei ancora meglio. Chi assume ragazzi così? Ha fatto cadere il vassoio degli strumenti quando per caso ho appoggiato il vassoio del cibo sul comodino a voce troppo alta!
 
– Devi pazientare solo un altro giorno”, disse James, “e poi potrai tornare a casa”.
 
– Lo spero”, rispose Josie, rigidamente. – Chi c’è con te? Pensavo fossi qui ieri.
 
– Sono Max Silvestri, un detective privato, e ho alcune domande da farle. Riguardano Martina. Probabilmente sa già che è morta, vero?
 
– Certo che lo so, ieri tutti cercavano di ricordarmelo. Brava ragazza, mi piaceva. Ero sicuro che avrebbe potuto fare carriera. Ha molta grinta. È un peccato quello che le è successo.
 
– L’autopsia e le analisi del sangue hanno evidenziato un avvelenamento. Vogliamo scoprire come sia potuto accadere. Anna ha detto che stavate guardando delle foto e mangiando una pizza insieme.
 
– Sì, l’abbiamo fatto. E poi tutti hanno mangiato la pizza, le ragazze hanno preso qualche fetta da scatole diverse. Tutto come al solito.
 
– Le viene in mente qualcosa di insolito? Qualcosa che avrebbe potuto mettervi in allarme?
 
– Non c’era niente di particolare”, disse Josie irritata. – Quando arrivai, le ragazze erano già sedute a guardare le foto. Mi unii a loro, poi me ne andai e tutto finì lì.
 
– Giuzi”, disse Stefano con delicatezza. – Il fatto è che Anna ci ha raccontato di qualcosa che ti ha spaventato molto. E probabilmente si trattava di una fotografia.
 
– Si sbaglia. Non è successo niente del genere.
 
– Abbiamo visto il video della sala conferenze e finora siamo gli unici a fare domande. Forse dovremmo dirlo a noi, non a qualcun altro. Soprattutto se ha a che fare con Martina.
 
– Non ha niente a che fare con Martina. È una cosa molto personale. E non voglio parlarne.
 
– Quando si tratta di avvelenamento”, disse James a bassa voce, “a nessuno importa quanto sia personale. Tutto viene trascinato all’aperto. Forza è una società di grandi dimensioni. Forse dovremmo dirci tutto. Se davvero non ha importanza, cercheremo di aiutarla. Nessuno saprà nulla.
 
– Sono pienamente d’accordo con James”, si unì Max.
 
– Anch’io”, disse Stefano.
 
Judy fissò i tre uomini con tensione e timore. È molto difficile tornare al passato, soprattutto quando ne hai passate tante.
 
– Va bene”, disse lentamente. – Ma nessuno deve saperlo, perché non si tratta solo di me, ma anche di mio figlio. Si tratta di quella fotografia. Cape Byron. 
 

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